
Per quasi due anni hanno occupato università, organizzato manifestazioni, affrontato intimidazioni e repressione. Sono stati accusati di essere ingenui, manipolati, incapaci di comprendere la complessità della politica. Il 25 ottobre 2026, gli studenti serbi hanno ottenuto un risultato che fino a poco tempo fa sembrava impensabile. Con la vittoria alle elezioni parlamentari, hanno interrotto il lungo mandato del partito di Aleksandar Vučić.
La loro vittoria racconta qualcosa che va oltre i confini della Serbia. In un’Europa che continua a interrogarsi sulla disaffezione politica delle nuove generazioni, un movimento nato nelle università è riuscito a trasformare una protesta contro la corruzione in una maggioranza parlamentare. Senza costruirsi attorno a un leader carismatico e senza nascere da uno dei partiti tradizionali, ha coinvolto una parte significativa della società serba, mettendo in discussione un sistema politico consolidato da oltre un decennio.
Secondo i risultati preliminari, la lista degli studenti ha conquistato il 52,71% dei voti e 140 seggi sui 250 dell’Assemblea nazionale, contro il 39,17% e 104 seggi della coalizione legata a Vučić. L’affluenza, vicina al 69%, è stata particolarmente elevata, segnalando una mobilitazione ben più ampia del solo mondo universitario.
La vittoria è arrivata nonostante un contesto elettorale fortemente squilibrato. Gli osservatori internazionali dell’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) hanno segnalato l’uso improprio di risorse pubbliche, pressioni sugli elettori, intimidazioni e disparità nelle opportunità di campagna elettorale. Il risultato delle urne non cancella quindi i problemi delle istituzioni serbe, ma apre una fase nella quale sarà possibile misurare la capacità della nuova maggioranza di affrontarli.
Per comprendere come si sia arrivati fin qui bisogna tornare al primo novembre 2024.
Quel giorno, il crollo di una pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad provoca la morte di 16 persone. La tragedia, avvenuta in una struttura recentemente ristrutturata, alimenta interrogativi sulla gestione degli appalti, sulla sicurezza delle opere pubbliche e sulle responsabilità delle autorità. Per molti cittadini diventa il simbolo di un problema più profondo, da identificare nelle conseguenze concrete della corruzione e nell’assenza di controlli efficaci. Gli studenti cominciano a chiedere verità, trasparenza e giustizia. Le proteste si estendono, le università diventano luoghi di mobilitazione e il malcontento coinvolge progressivamente insegnanti, professionisti, lavoratori e cittadini di diverse generazioni.
La richiesta di accertare le responsabilità di una tragedia si trasforma così in una contestazione del funzionamento delle istituzioni.

Dalla rassegnazione alla mobilitazione
«Finché non sono arrivate le prime manifestazioni studentesche sembrava che il popolo serbo fosse completamente rassegnato a una politica corrotta e cupa».
A raccontarlo è Mila Grujović, nata a Milano nel 2002 da genitori serbi, studentessa di Giurisprudenza all’Università Statale di Milano. La politica è parte della sua esperienza quotidiana: è attiva in Azione ed Europeisti.eu e ha fondato Svolta Unimi, una lista studentesca apartitica.
Quando arrivano i risultati elettorali, Mila scrive subito nel gruppo della comunità serba per organizzare i festeggiamenti davanti al Consolato di Milano. «Ho subito mandato un messaggio sul gruppo della comunità per festeggiare davanti al Consolato serbo di Milano».
La vittoria, racconta, non l’ha sorpresa. L’affluenza alle urne le aveva già fatto intuire l’orientamento dell’elettorato. A preoccuparla era piuttosto la possibilità che Vučić e i suoi alleati non riconoscessero la sconfitta.
È un timore che aiuta a comprendere il clima politico nel quale gli studenti hanno costruito la propria alternativa.
Il partito progressista serbo, al governo dal 2012, ha progressivamente consolidato un sistema caratterizzato da una forte concentrazione del potere e da un rapporto controverso con l’informazione e le istituzioni indipendenti. In questo contesto, le opposizioni hanno faticato a presentarsi come un’alternativa credibile e a mobilitare un elettorato sempre più sfiduciato.
Il movimento studentesco è riuscito a inserirsi proprio in questo spazio politico. Ma ciò che Mila considera decisivo non è soltanto la capacità di mobilitazione. È soprattutto il livello di organizzazione raggiunto dagli studenti.
Parla di una preparazione «maniacale», tanto delle manifestazioni quanto della campagna elettorale, compresa l’organizzazione di persone incaricate di vigilare sulla regolarità del voto.
È un elemento centrale per comprendere la natura della mobilitazione. Gli studenti hanno fatto ricorso alle assemblee, alle reti universitarie e a forme di coordinamento dal basso, cercando di mantenere un’identità autonoma rispetto ai partiti tradizionali. Allo stesso tempo, hanno dovuto imparare a confrontarsi con strumenti tipici della competizione politica, come la costruzione del consenso, la presenza sul territorio, la selezione dei candidati e il controllo delle operazioni elettorali.
Il passaggio dalla protesta al voto ha richiesto dunque una trasformazione organizzativa tutt’altro che scontata.
E mostra come la distanza dei giovani dalla politica tradizionale non implichi necessariamente disinteresse per la partecipazione pubblica. In determinate condizioni può diventare, al contrario, la premessa per sperimentare forme diverse di rappresentanza.
Il ruolo delle donne e la repressione di genere
Un altro elemento significativo della mobilitazione riguarda la partecipazione femminile.
Le studentesse sono state tra le protagoniste delle proteste, contribuendo all’organizzazione delle manifestazioni, alla comunicazione e al coordinamento delle attività. La loro presenza ha assunto un significato particolare anche alla luce delle intimidazioni e delle violenze denunciate durante questi due anni.
Mila richiama il caso di Nikolina Sinđelić, giovane attivista che ha accusato un comandante della polizia di violenze e minacce sessuali durante un fermo. Le autorità hanno respinto le accuse, mentre la diffusione di immagini intime della ragazza su un’emittente filogovernativa ha provocato indignazione e manifestazioni di solidarietà.
L’episodio ha portato al centro del dibattito anche il problema della violenza di genere come possibile strumento di intimidazione politica. La risposta delle attiviste e delle organizzazioni femministe ha contribuito a rendere visibile una dimensione delle proteste che rischiava di restare secondaria rispetto allo scontro con il governo.
Mila Grujović ricorda in particolare la mobilitazione delle ragazze davanti alla sede della polizia. E sottolinea il contributo delle professoresse universitarie che hanno sostenuto gli studenti nonostante le conseguenze economiche e professionali subite dal personale accademico. Alcune di queste figure potrebbero ora assumere responsabilità politiche nella nuova fase.
Resta tuttavia aperto un interrogativo: quanto del protagonismo femminile nelle piazze si tradurrà in una maggiore presenza nei luoghi decisionali?
La storia di molti movimenti mostra infatti che la partecipazione delle donne alle mobilitazioni non determina automaticamente una redistribuzione del potere al loro interno. La composizione delle istituzioni e della futura classe dirigente sarà quindi uno degli elementi con cui valutare la portata del cambiamento serbo.
Dalla protesta al governo: le incognite della nuova maggioranza
La vittoria degli studenti apre una fase politica complessa. Il movimento ha saputo tenere insieme sensibilità differenti attraverso obiettivi condivisi: contrasto alla corruzione, trasparenza, libertà dei media e rafforzamento dello Stato di diritto. Ma la convergenza su queste priorità non implica necessariamente un accordo sulle politiche economiche, sociali e internazionali.
Il rifiuto di una leadership personalistica ha rappresentato uno degli elementi distintivi del movimento, contribuendo a marcarne la distanza dal modello politico incarnato da Vučić. Governare, però, richiede responsabilità riconoscibili, capacità di mediazione e decisioni che inevitabilmente produrranno dissensi. A questo si aggiunge la complessità della posizione internazionale della Serbia.
«Non sarà facile», osserva Mila, individuando proprio nella dimensione geopolitica una delle sfide più delicate. La questione del Kosovo resta irrisolta, mentre le tensioni nella Bosnia-Erzegovina e le spinte separatiste della Republika Srpska continuano a rappresentare fattori di instabilità regionale. La nuova maggioranza dovrà inoltre definire il rapporto con l’Unione europea, alla quale la Serbia è candidata all’adesione, e con la Russia, con cui Belgrado mantiene legami politici ed economici significativi.
Sono questioni sulle quali il movimento studentesco non ha necessariamente espresso posizioni univoche e che potrebbero mettere alla prova la sua coesione. Mila Grujović auspica riforme istituzionali profonde, a partire dalla Costituzione, e ritiene importante il sostegno europeo.
Le aspettative, dopo una vittoria di questa portata, sono inevitabilmente elevate. Ma il cambiamento politico non dipenderà soltanto dall’esito elettorale: occorrerà verificare se la nuova maggioranza sarà in grado di rafforzare l’indipendenza delle istituzioni, garantire il pluralismo dell’informazione e costruire una pubblica amministrazione meno esposta alle interferenze politiche.
Sono risultati che richiedono tempi, competenze e compromessi. E sui quali gli studenti saranno giudicati con criteri diversi da quelli utilizzati durante le proteste.
La questione generazionale che riguarda anche l’Europa
Sarebbe riduttivo considerare quanto accaduto in Serbia una vicenda esclusivamente balcanica. Non perché rappresenti necessariamente un modello esportabile, ma perché solleva interrogativi presenti anche nelle democrazie europee.
Da anni il dibattito pubblico si concentra sulla distanza tra giovani e politica, sulla crisi dei partiti e sulla difficoltà delle istituzioni di rappresentare le nuove generazioni.
Il costo della vita, l’accesso alla casa, la precarietà lavorativa, l’istruzione e le prospettive economiche sono questioni sulle quali molti giovani europei percepiscono uno scarto crescente tra le proprie esigenze e le priorità dei governi.
Le mobilitazioni giovanili che attraversano diversi Paesi, dalla Francia all’Albania, nascono da contesti politici e sociali differenti. Non possono essere ricondotte a un unico fenomeno, né le condizioni della Serbia possono essere sovrapposte a quelle delle democrazie dell’Unione europea. Esiste tuttavia la questione comune che riguarda la difficoltà delle forme tradizionali di rappresentare e coinvolgere generazioni che spesso si sentono destinatarie delle decisioni politiche, più che partecipi della loro elaborazione.
«Credo che i giovani abbiano capito che nessuno si occupa del loro futuro ma che siamo noi a dovercene occupare», osserva Mila.
La sua riflessione tocca un nodo centrale. Il futuro dei giovani è un tema ricorrente nei programmi elettorali e nei discorsi pubblici, ma la loro partecipazione effettiva ai processi decisionali resta spesso limitata.
Il caso serbo suggerisce che questa distanza non produce necessariamente passività. Può tradursi in nuove forme di organizzazione, capaci di entrare anche nella competizione elettorale. Mila invita però a distinguere la mobilitazione pacifica dalla violenza e mette in guardia dal rischio che la sfiducia si trasformi in un rifiuto indiscriminato delle istituzioni.
«Le istituzioni, noi che le abbiamo, vanno rivendicate e difese, con la piazza pacifica ma anche con lo studio, le proposte e la competenza». È una distinzione importante, anche per leggere il significato politico della vittoria serba. Gli studenti non hanno scelto di sottrarsi alle procedure democratiche, ma di utilizzarle per provare a modificare gli equilibri del potere.
Questo non li rende automaticamente più capaci o più democratici delle generazioni precedenti. E il consenso ottenuto alle urne non rappresenta una garanzia sulla qualità delle loro future decisioni.
La vittoria del 25 ottobre segna tuttavia un passaggio significativo: un movimento nato dalla richiesta di giustizia per 16 vittime è riuscito, in meno di due anni, a costruire un’alternativa parlamentare.
La sua capacità di incidere sulla qualità della democrazia serba dovrà ancora essere verificata. Ma intanto la vicenda pone una domanda che riguarda anche il resto d’Europa. Se i giovani riescono a mobilitarsi quando riconoscono uno spazio reale per incidere sulle decisioni, quanto della loro distanza dalla politica dipende dal disinteresse e quanto, invece, dalla difficoltà delle istituzioni di rappresentarli?
***
La newsletter di Alley Oop
Ogni venerdì mattina Alley Oop arriva nella tua casella mail con le novità, le storie e le notizie della settimana. Per iscrivervi cliccate qui.
Per scrivere alla redazione di Alley Oop l’indirizzo mail è alleyoop@ilsole24ore.com