Il Festival della Fotografia Etica a Lodi: le immagini di cui abbiamo bisogno

Una ruota panoramica azionata a mano immobile nella notte, sovrastata dai grattacieli residenziali alle sue spalle. Quartiere di Green Model Town, Dhaka, Bangladesh ©Jubair Ahmed Arnob

Al Festival della Fotografia Etica di Lodi, alla sua 17esima edizione che chiuderà il 26 ottobre, mentre visitiamo le numerose mostre disseminate in città, viaggiamo attraverso tutti i continenti e scopriamo storie, personaggi, avvenimenti del nostro tempo, spesso trascurati, travisati o frettolosamente orecchiati. Il valore di questo festival dedicato al fotogiornalismo sta nell’incontro con (uso le parole che aprono il catalogo): «Lo sguardo dei più grandi fotografi internazionali, donne e uomini che hanno documentato eventi, che li hanno visti con i propri occhi e che ce li restituiscono senza mediazioni. La loro è una testimonianza diretta, e oggi la testimonianza diretta è un bene raro».

Chiarezza di linguaggio e potenza di espressione sono le cifre stilistiche della maggior parte dgli scatti a cui si aggiunge la testimonianza di emozioni e conoscenza. Il Festival di Lodi nutre gli occhi, massaggia il cervello, scalda il cuore.

World report award

Il festival può essere affrontato da qualsiasi punto, non ci sono percorsi privilegiati, ma io suggerisco di iniziare dal centrale Palazzo Barni, con la sezione del World Report Award.

La statunitense Carol Guzy, primo reporter ad avere vinto 4 Pulitzer, racconta in ICE – Famiglie spezzate gli effetti sulla vita delle persone del giro di vite impresso dall’amministrazione Trump alla politica migratoria, tramite le attività del Controllo Immigrazione e Dogane degli USA, la famigerata ICE. Quest’anno, per uno scatto da questo servizio, si è aggiudicata anche il World Press Photo. Le sue foto inchiodano il nostro sguardo con inquadrature drammatiche, di notevole sensibilità pittorica: vediamo una donna scortata dagli agenti con catene alle mani e ai piedi, un’anziana manifestante che regge un cartello con la scritta “ICE You are the Enemy Within” e sbattiamo contro il passamontagna, reso enorme dallo scatto ravvicinato, che nasconde il volto di un agente, lasciando scoperti solo gli occhi impenetrabili. E come non restare basiti davanti a un’immagine paradossale, in bilico fra dramma e farsa? In un corridoio del tribunale e centro di reclusione di Manhattan, il Jacob Javits Federal Building, aspettano pazientemente, uno accanto all’altro, familiari preoccupati, giornalisti e agenti ICE dal volto coperto, oziosi e con le braccia incrociate, in attesa di poter arrestare il prossimo migrante, appena esca dall’aula dell’udienza.

Due ragazze si aggrappano disperate al padre, Luis migrante ecuadoriano, mentre viene fermato dall’ICE dopo un’udienza al Jacob Javits Federal Building. La moglie Cocha e i tre figli, di 7, 13 e 15 anni, si troveranno costretti a sopravvivere senza Luis, trattenuto nonostante non avesse precedenti penali. © Carol Guzy

Al di là del lago è il reportage del galiziano Carlos Folgoso Sueiro dedicato al devastante impatto del cambiamento climatico sulla terra natale, che ha toccato il vertice nell’estate 2025 quando la Galizia, che copre l’1% del territorio europeo, ha subìto il 12% degli incendi di tutto il continente! Con immagini rarefatte, luce bassa, colori malinconici, maneggia con rispetto temi come l’emigrazione, l’alcolismo, la povertà: non si tratta di questioni astratte, sono intrecciate profondamente al suo vissuto di testimone che ha trovato la forza di fotografare il padre alcolizzato, ha avuto tre nonni su quattro emigranti e vissuto quindici anni all’estero, prima di rientrare in patria.

Il fotografo franco-siriano Abdulmonam Eassa racconta La guerra in Sudan: una nazione in trappola, documentando con un bianco e nero secco e potente la gravissima situazione del paese, devastato dal 2023 dalla guerra civile fra le Forze armate sudanesi, capeggiate dal generale Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, e il gruppo paramilitare delle Forze di Supporto Rapido (RSF) controllato da Mohamed Hamdan Dagalo. Sono morti 150.000 civili in questo conflitto, che non è coperto da un’attenzione mediatica nemmeno lontanamente paragonabile a quelle riservate agli scenari di Ucraina e Palestina.

Voci dall’india e dal bangladesh

Due altre storie a palazzo Barni provengono dal Bangladesh, paese raramente al centro dell’attenzione: il giovane reporter Mashruk Ahmed in Promesse infrante: un luglio da ricordare sceglie di raccontare la vita odierna dei giovani bangladesi protagonisti della rivolta che nel 2024 determinò la caduta del governo di Sheikh Hasina. Il suo interesse va alle conseguenze della rivoluzione, alle ferite fisiche e morali che ha lasciato nel paese e nelle famiglie, svelando la frattura generazionale che si è aperta ed è ben lungi dall’essere rimarginata: “non una celebrazione della rivoluzione, ma una testimonianza del suo costo umano.” Jubair Ahmed Arnob con Il posto in cui ero solito giocare…ci introduce al quartiere dove è nato e cresciuto, Green Model Town a Dhaka: con immagini sospese e atmosfere stranianti, intrise di dolcezza e nostalgia, tra le più belle del festival, Arnob mostra l’inarrestabile avanzare della megalopoli che fagocita il territorio circostante, disseccando il fiume, ridotto a stento canale, portando il cemento al posto dei campi d’erba e degli alberi, livellando e omologando tutto attorno a sé, persino la memoria.

Viene dall’India la voce di Chinky Shukla con Quando Buddha ha smesso di sorridere, splendido esempio di un reportage che ricostruisce vicende di anni remoti, che molti avrebbero preferito lasciare nell’oblio. Le foto allusive, notturne, lunari di Shukla mostrano infatti gli effetti dei test nucleari indiani del 1974, poeticamente denominati Smiling Buddha (ah, lo humour governativo!), e del 1998 sulla cittadina di Pokhran (provincia settentrionale del Rajasthan). In entrambi i casi i cittadini non furono informati, né di quanto accadeva nel deserto circostante, né dei rischi per la salute a lungo termine: e infatti, a cinquant’anni dalla prima detonazione, il terreno è tuttora contaminato, l’incidenza di tumori e malattie genetiche esponenzialmente alta.

Le vite degli altri

Scendendo per l’elegante centro di Lodi si arriva a Palazzo Modignani, dove è ospitata la sezione dedicata alle “Vite degli altri”. Questi altri sono, per esempio, i fan di Marilyn Monroe, raccontati dalla reporter statunitense Amy Garkin (Marilyn per sempre! Un simbolo di speranza) in uno dei servizi che più mi ha sorpreso. Ho avuto occasione di ascoltare la Garkin che spiegava il suo lavoro, nato al tempo della pandemia, mentre era in visita, quasi per caso, alla tomba della Monroe: parlando con i fan ha intuito qualcosa di profondo in quella passione e ha deciso di approfondirla, viaggiando per sei anni in tutto il mondo, per raccontare in modo appassionato come Marilyn sia diventata un esempio di forza e resilienza contro le avversità della vita per uomini e donne i più diversi, dagli afroamericani alle comunità LGBTQ+, dai latinos alle vittime di abusi e violenza. Marilyn è per loro l’equivalente di una santa: un modello e punto di riferimento per la propria vita.

Marilyn Forever! Un simbolo di speranza ©Amy Gaskin –

La polacca Alessandra Kossowska (Toccare il mondo) ha la toccante intuizione di traforare le sue foto in modo che, al tatto, le stampe richiamino l’alfabeto braille usato dai ragazzi del collegio per ciechi in Etiopia di cui racconta la quotidianità: illuminate dalla luce che filtra attraverso i fori, le stampe diventano piccole costellazioni di luce. L’americana Deanne Fitzmaurice, altro premio Pulitzer, ci racconta (Cuor di leone: la storia di Saleh) la commovente parabola, che ha seguito per vent’anni, di Saleh Khalaf, bambino iracheno straziato da un’esplosione (siamo nel 2003, durante l’invasione americana dell’Iraq) nella quale perde entrambe le mani e l’occhio sinistro. Operato dagli stessi medici militari statunitensi, trasferito poi in America, attraversa un calvario di decine di operazioni, fino a essere oggi un adulto, diplomato e coniugato, che cerca di condurre la propria vita di rifugiato mutilato negli Usa.

Uno sguardo sul mondo

Non è certamente possibile parlare di tutti i lavori esposti, per cui mi limito ora a raccontarne alcuni che più mi hanno interessato, cominciando con le splendide immagini dell’australiano Jon Mc Cormack (Frammenti di meraviglia): paesaggi di fiaba sotto cieli che paiono dipinti e caleidoscopi di forme e colori da cui è difficile staccare gli occhi, facili da scambiare per quadri astratti, mentre si tratta di zoom su particolari di rocce o piante che ci immergono nelle meraviglie del microcosmo. Il tutto in uno dei nuovi spazi di quest’anno, la bellissima ex chiesa di Santa Chiara del 1459, poi trasformata in un incantevole scrigno barocco, con tanto di convento annesso.

Elements of Wonder 3 ©Jon McCormack

In un altro degli spazi aperti per questa edizione, il Museo diocesano (con diverse opere d’arte che meritano di essere gustate), è esposto il lavoro del fotografo taiwanese-americano Elliot Ross (Questione di equilibri) che, con immagini scattate in analogico, ci fa percepire la grana e le sfumature di colori delle terre della Monument Valley dell’Utah, raccontando la drammatica disparità di accesso alle limitate risorse idriche dello Stato tra la popolazione nativa Navajo, ancestralmente legata alla propria terra, e le ricche contee mormoni. Il reporter russo Nikita Teryoshin (Condanna all’ergastolo) nella chiesa dell’Angelo ci porta in diversi zoo europei e, scattando con il flash, squarcia il velo sulla condizione di prigionia degli animali, ridotti a bersagli del nostro sguardo, in spazi nati al tempo del nostro passato coloniale. Un diverso e virtuoso rapporto con i nostri compagni di vita sul pianeta viene raccontato dall’italiano Andrea D. Zanenga (Il secondo primo volo) che racconta come gli abitanti di Corvo, la più piccola isola dell’arcipelago delle Azzorre, dal 2019 per cinque giorni spengano tutte le luci per non disturbare l’orientamento delle giovani berte maggiori, impegnate nel loro viaggio verso l’Atlantico. È solo uno dei diversi lavori ospitati nei bellissimi chiostri dell’Ospedale Vecchio, nello Spazio No Profit, dedicato ai reportages finanziati da organizzazioni benefiche.

Ricordo ancora, la mostra dedicata al World Press Photo, nelle consuete sale di Bipielle Arte e, novità di quest’anno, la Sala proiezioni negli enormi spazi dell’Ex Linificio (“el fabricon” per i lodigiani) in disuso dal 1967, in procinto di trasformarsi grazie ai fondi del PNRR in un polo culturale multifunzionale. I servizi fotografici proiettati su maxischermo permettono di immergersi nelle immagini, facendoci vivere un’esperienza che suggerisco di non perdere.

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