
Vendere falsa appartenenza, senso di fratellanza e di scopo. E costruire imperi finanziari sui milioni guadagnati grazie a schemi che sfruttano le debolezze di molti giovani uomini. Facendolo, nel migliore dei casi, al limite della legalità.
In un’epoca costellata da crisi economiche, abitative e relazionali, in cui è facilissimo e poco costoso promuovere una particolare visione ideologica e sociale, il terreno di gioco è spianato. Sono poi particolarmente allettanti le possibilità di guadagno per chi riesce a sfruttare i meccanismi che alimentano lo sviluppo della manosfera. Uscito da territori marginali o di nicchia, il successo di questo ecosistema è diventato tracciabile. Molto chiari inoltre i processi che ne sono alla base.
Parlando del fenomeno si tende, generalmente, ad analizzare l’estremismo dei messaggi e dei modelli di vita proposti. E a sottolineare la (comunque molto concreta) pericolosità dei conflitti di visione che presenta. Sotto alle posizioni più radicali e diffuse – su tutte in particolare lo scontro tra generi e il suo degenerare nella deriva del disprezzo sistematico delle donne -, c’è però una struttura molto intenzionale che usa l’ideologia per fini molto pratici: fare sempre più soldi.
A fare luce sugli aspetti finanziari arriva oggi, primo nel suo genere, lo studio delle no profit Reset Tech ed Equimundo: la prima è un’organizzazione di politica pubblica per il sostegno di tecnologie che proteggano i consumatori, i bambini e la sicurezza pubblica; la seconda una no profit globale per la promozione della parità di genere e nella prevenzione della violenza.. Pubblicato a inizio estate proprio con l’intento di far emergere, accanto alle idee che diffonde, i modelli economici che sostengono struttura. Alimentata della solitudine e della crisi identitaria delle giovani generazioni di uomini a cui viene offerto un senso di fratellanza, di appartenenza e una via per raggiungere il successo, da fenomeno marginale la manosfera oggi di fatto mostra tutte le caratteristiche di vera e propria industria che guadagna sull’isolamento e le vulnerabilità di molti. E che fa deliberatamente perno sulla guerra culturale tra i generi.
Solitudine, ansia economica e desiderio di appartenenza
Il rapporto dal titolo “The Grift Economy”, l’economia della truffa, addita il re nudo, illustrando, attraverso l’analisi di dati raccolti su larga scala, la portata finanziaria di questo ecosistema. E proponendo uno studio accurato di «come ai giovani uomini viene venduta online una falsa appartenenza e un falso benessere».
Partiamo chiarendo da subito alcuni punti: per molti la crisi è reale e molteplice. Non limitata, tra l’altro, a questioni economiche. Confusi e socialmente disconnessi, secondo il rapporto, due terzi degli uomini loro sostengono che nessuno li conosca davvero. E tre quarti ritengono che a nessuno importi se un uomo sta bene. Secondo le evidenze raccolte nel 2025 dalla ricerca di Equimundo sullo stato degli americani, nei soli Stati Uniti addirittura l’80% affermava di cercare online quella connessione che gli mancava nel quotidiano. E il 63% diceva di riversare nella rete frustrazione e rabbia.
Come è facile immaginare, velocemente questo è diventato terreno fertile per un modello economico che monetizza sulle insicurezze – in particolare dei Gen Z e Gen Alpha. E che tra l’altro, come confermano le analisi, non si nasconde dentro qualche oscuro meccanismo di scatole cinesi. Ma accumula introiti parzialmente calcolabili da dati accessibili, su sistemi online aperti a chiunque.
«Lungi dall’essere un fenomeno di nicchia o sotterraneo, gli influencer» che sfruttano le debolezze delle generazioni più giovani, «fanno parte di un complesso sistema finanziario di reti di affiliazione, accordi di promozione incrociata e partecipazioni azionarie nelle piattaforme».
L’economia della truffa: alimentare la rabbia per arricchirsi
Date queste premesse, serve ora chiarire un altro fatto: «YouTube, TikTok, X, Instagram e altri non sono partecipanti passivi dell’economia della truffa. (Bensì) adottano un approccio incoerente e spesso a posteriori» nel gestire i casi più estremi. Lo fanno «intervenendo solo sulla responsabilità, a volte rimuovendo singoli post ma lasciando inalterati i flussi in entrata e l’ecosistema (stesso). E cercando di distrarci. È chiaro che lo sfruttamento dei giovani uomini non è nascosto né è una cospirazione. È tracciabile». E avviene sotto gli occhi di tutti. Basta guardare.
Lo sappiamo da anni ormai, quali e quante opportunità di guadagno a bassissimo costo offra il mondo digitale. Un mondo che, essendo per ora marginalmente regolato, lascia grande spazio d’azione per arricchirsi agendo ai limiti della legalità. Nel caso sotto osservazione, poi, facendo leva in particolare sullo sfruttamento opportunistico della confusione, rabbia e frustrazione di una fetta di giovani uomini.
Un’industria insomma che opera un sistema commerciale ben strutturato, come sinteticamente indica il rapporto, in tre fasi principali: reclutamento, innesco della protesta (nel senso di “lamentela” più che di iniziativa atta al miglioramento di una situazione generale) e monetizzazione della fiducia. A ben vedere siamo di fronte a una catena di passaggi simili a quelli proposti dagli schemi di marketing piramidali. La base si sente ingaggiata a “reclutare” i propri contatti, a creare la propria cassa di risonanza dentro altre casse di risonanza sempre più grandi. In un formato dove ad arricchirsi su certe fragilità sono soprattutto coloro che stanno ai vertici.
Milioni di followers, milioni di dollari
Per dare un’idea, comunque parziale, del giro di affari generato da questa economia della truffa, il rapporto Reset Tech-Equimundo mette in fila alcune delle entrate più evidenti dei maggiori influencers.
Un content creator di livello intermedio, cioè con un pubblico che si aggira tra i 100 e i 500mila “spettatori”, può arrivare a guadagnare tra i 10 e i 60mila dollari per una diretta online particolarmente litigiosa. A questi si aggiungono poi gli introiti derivanti da clip e da spezzoni di video ripostati su piattaforme diverse. Questo tipo di rilanci possono portare a ulteriori entrate tra i 15 e i 100mila dollari. Se spostiamo lo guardo sui nomi più conosciuti, cioè quelli che accumulano audience a partire dal milione di persone, le cifre velocemente esplodono. Un loro stream dei più vivaci può generare guadagni che partono dai 75 dollari. Ma facilmente arrivano ben sopra i 300mila.
Tutto considerato, creators affermati possono accumulare introiti annuali tra il milione e dieci milioni di dollari. Come? Con entrate che oltre ai pagamenti per-visione dei contenuti ricevuti dalle diverse piattaforme, arrivano dalle sponsorship, dai corsi a pagamento – per esempio, su come raggiungere la perfetta mascolinità -, dagli endorsement di prodotti vari, come integratori (spesso non regolati) o procedure plastiche. O ancora dagli abbonamenti sottoscritti dai follower più investiti, disposti a sborsare mensilmente cifre variabili per avere accesso a chat private o contenuti riservati.
Altra fonte di guadagno per niente marginale, sono i compensi per partecipare a eventi. I nomi più famosi, che già possono guadagnare tra i 30 e i 50mila dollari per un ora di diretta online, arrivano a fees di oltre i 200 mila dollari per parlare a iniziative pubbliche.

Su tutti, un esempio concreto (e particolarmente estremo) è il caso di Andrew Tate, da anni espressione mediatica della manosfera più agguerrita e forse uno dei primi a portare il “movimento” nella conversazione pubblica. Secondo le stime Reset Tech-Equimundo, l’ex kick-boxer trasformatosi influencer guadagnerebbe 184 milioni di dollari già solo dalla sua piattaforma Andrew Tate Real World (il totale è calcolato nello studio in base al numero di iscritti dichiarato dall’influencer, 155mila, che pagano 99 dollari al mese). A cui si aggiungono gli accordi commerciali, spesso oscuri, con i diversi social media e marchi vari. E, poi, le entrate derivanti della rete privata “War Room”, che prevede una tariffa base di accesso di mille seicento dollari.
Un’industria che lucra sulle vulnerabilità degli altri
Dai numeri è possibile dare uno sguardo alla struttura e ai principi su cui si fonda questo (per quanto non esclusivo della manosfera) modello economico. Perché, come chiarisce lo studio Reset Tech-Equimundo, «l’industria della lamentela non è un’espressione spontanea della psicologia maschile. È un business che ha identificato la psicologia maschile come un mercato». Non una radicalizzazione spontanea in risposta alle crisi contemporanee, quindi, bensì «un’operazione commerciale deliberatamente progettata che individua consumatori vulnerabili, crea il prodotto che pensano di aver bisogno e spilla soldi a ogni passaggio». Letta in questa prospettiva, molti dei giovani che finiscono in queste reti, diventano consumatori vittime di frode.
Semplificando agli estremi, infatti, a questa fetta di società, in certo modo vulnerabile e in cui è forte il desiderio di appartenenza, viene offerta a pagamento una comunità di riferimento. Comunità dove la frustrazione personale non solo viene validata, ma alimentata. Si insiste sulla precarietà economica, la crisi abitativa e il senso di inadeguatezza per aumentare i propri followers. A loro si vende una via d’uscita fatta di programmi e consigli a pagamento che assicurano crescita personale e professionale. La garanzia del successo? Tutte le immagini del lusso sfrenato in cui vive il “guru” di riferimento.
Lo schema si perpetua: si additano alle carenze, si crea conflitto, si offrono le chiavi per il successo che è, però, un traguardo fasullo. Per mantenere in vita tutta la struttura, bisogna infatti che persista la necessità di miglioramento costante. Per farlo, è sufficiente insistere sui difetti da perfezionare. «Una continua esibizione di finto successo – jet privati, auto di lusso – progettata per generare contemporaneamente aspirazione e senso di inadeguatezza, al fine di vendere quello stile di vita come irraggiungibile».
Proprio l’incompatibilità tra il desiderio (reale o creato) e quello che la realtà contemporanea effettivamente permette diventa terreno fertile per piani fraudolenti. Commenta lo studio: «La distanza tra quello che è statisticamente probabile e ciò che le persone credono succederà non è una coincidenza. È una questione di mercato». E i giovani che ci finiscono dentro, di fatto, sarebbero da considerare consumatori frodati.
Il ruolo delle piattaforme
A fronte delle riflessioni fin qui riportate, è importante accennare al ruolo delle piattaforme che, per quanto non intenzionalmente, ospitano la manosfera. Perché, ricordiamolo, i meccanismi che permettono di far soldi online grazie a contributi più o meno controversi, non si realizzano in ambienti marginali o difficilmente accessibili. Ma partono dai video postati su YouTube, per esempio, che poi portano a sottoscrizioni periodiche a basso costo su Patreon, e poi a chat private di Whatsapp o contenuti speciali sempre più costosi.
Anche quando messaggi estremi o illegali vengono segnalati, i profili critici demonetizzati o rimossi e gli account chiusi, lo spettacolo non finisce affatto. Spesso infatti le azioni di dissuasione delle piattaforme non appaiono particolarmente incisive. Come ricorda “The Grift Economy”, il modello di guadagno delle piattaforme si basa su qualsiasi attività e engagement online. «Per ogni dollaro pagato a un creatore, le piattaforme trattengono la maggior parte dei dicati pubblicitari generati dai suoi contenuti».
Uno stream di “rage baiting”, che punta all’indignazione e si nutre della rabbia e frustrazione conseguenti, può arrivare a creare milioni di visualizzazioni. Viene poi facilmente “suggerito” dagli algoritmi dei sistemi di comunicazione digitale in una spirale crescente che espande il suo pubblico potenziale. Con ricavi che beneficiano il creator e poi generano entrate moltiplicate per la piattaforma.
Insomma, quella che sembrerebbe una tendenza che sta trascinando i giovani verso derive estreme per seguire ideologie misogine e maschiliste in realtà è, come lo chiamano Reset Tech-Equimundo, «un imbuto con operatori identificabili che, sul fondo, collezionano soldi veri».
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