
In Italia il diritto alla salute continua a essere definito come universale. Ma la sua applicazione concreta sembra seguire una logica diversa, sempre più legata a variabili che non hanno nulla a che fare con il bisogno clinico, come il reddito disponibile, il luogo di residenza, la capacità di orientarsi tra tempi di attesa e offerta privata. È una trasformazione che non si presenta come rottura, ma come vero e proprio accumulo progressivo di differenze.
Il nuovo report di Medici del mondo, La misura della disuguaglianza, prova a leggere questo processo attraverso la lente precisa dell’oncologia, cioè uno degli ambiti in cui il fattore tempo è decisivo e in cui le disuguaglianze di accesso producono effetti immediati sugli esiti di salute. Il punto di partenza è economico, ma le implicazioni sono molto più ampie. Nel 2024 la spesa sanitaria sostenuta direttamente dalle famiglie ha raggiunto 41 miliardi di euro, pari a oltre il 22 per cento della spesa totale. È una quota che da più di dieci anni resta stabilmente sopra la soglia del 15 per cento, indicata dall’Organizzazione mondiale della sanità come limite oltre il quale l’universalismo sanitario perde consistenza sostanziale.
Ma è proprio nel modo in cui questo dato si stabilizza nel tempo che, secondo Elisa Visconti, direttrice di Medici del mondo Italia, si coglie il cambiamento più profondo. Non si tratta più di una deviazione del sistema, ma di una sua nuova configurazione. La spesa privata non è un elemento accessorio, ma una componente strutturale dell’accesso alle cure. In molti casi, osserva intervistata da AlleyOop, non rappresenta una scelta tra opzioni equivalenti, ma l’unica via per ottenere prestazioni in tempi compatibili con la malattia. In questa prospettiva, la questione del Servizio sanitario nazionale non riguarda solo le risorse, ma il suo stesso funzionamento quotidiano. Il problema non è soltanto quanto si spende, ma quando e per chi le cure diventano effettivamente disponibili. Ed è su questo punto che, secondo Visconti, si misura il vero superamento della soglia dell’universalismo: quando il diritto resta formalmente uguale, ma l’accesso reale diventa differente.
Le disuguaglianze che attraversano il Paese
Il campo in cui queste differenze emergono con maggiore evidenza è quello degli screening oncologici. In Italia si registrano circa 395 mila nuovi casi di tumore ogni anno, e la tempestività della diagnosi è un fattore determinante per le possibilità di cura. Eppure, proprio nella prevenzione, il Paese mostra divari profondi. Il report di Medici nel mondo dimostra che l’adesione agli screening mammografici raggiunge il 63,2 per cento nel Nord Italia, mentre scende al 40,1 per cento nel Sud. Per lo screening del tumore del colon-retto il divario è ancora più marcato: 46,8 per cento contro 21,1 per cento.
Per Visconti, però, ridurre questi numeri a una differenza di “comportamenti” individuali sarebbe fuorviante. Il punto non è solo la risposta delle persone, ma la capacità dei sistemi sanitari regionali di attivare processi di prevenzione continui e affidabili. Dove gli inviti sono sistematici, i richiami funzionano e il follow-up è garantito, l’adesione cresce. Dove questi meccanismi sono frammentati o discontinui, la prevenzione perde efficacia, indipendentemente dalla disponibilità dei cittadini. Questa divergenza organizzativa si traduce in una disuguaglianza concreta che non riguarda soltanto l’accesso agli screening, ma la probabilità stessa di arrivare a una diagnosi precoce.
La rinuncia alle cure come indicatore nascosto
Un altro dato che aiuta a leggere la profondità del fenomeno riguarda la rinuncia alle cure. Nel 2024 oltre 5,8 milioni di persone in Italia hanno dichiarato di aver rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria, soprattutto per ragioni economiche o per i tempi di attesa troppo lunghi. È un indicatore che raramente occupa il centro del dibattito pubblico, perché non si manifesta in modo visibile come le liste d’attesa o le carenze ospedaliere. Non produce immagini immediate, ma una somma di decisioni individuali che diventano leggibili solo a posteriori.
Secondo Visconti, è proprio questa sua invisibilità a renderlo particolarmente significativo. La rinuncia alle cure non è un effetto collaterale, ma un punto di sintesi. Racconta l’interazione tra difficoltà economiche, inefficienze organizzative e tempi di accesso incompatibili con i bisogni reali dei pazienti.
Dentro questo quadro si colloca anche la trasformazione del rapporto tra sanità pubblica e privata. Il privato non si limita più a intervenire in modo complementare, ma diventa spesso la risposta più rapida a un sistema pubblico sotto pressione. Per Visconti, però, parlare di semplice “supplenza” rischia di essere riduttivo. Il meccanismo è più complesso. Il sottofinanziamento del pubblico genera ritardi e difficoltà organizzative. Questi ritardi poi spingono una parte crescente della domanda verso il privato, che così cresce e assorbe risorse senza che il sistema pubblico riesca a recuperare capacità di risposta.
Le differenze territoriali e la mobilità sanitaria
A questo si aggiunge la questione territoriale, un altro livello di disuguaglianza. Le differenze tra regioni non riguardano infatti solo l’organizzazione dei servizi, ma anche la capacità di trattenere o attrarre pazienti. La mobilità sanitaria, soprattutto dal sud verso il centro-nord, è uno dei segnali più evidenti di questo squilibrio, dal momento che si tratta del movimento di risorse economiche che rafforzano ulteriormente le regioni più forti e indeboliscono quelle più fragili.
Nel report trovano spazio anche esperienze di intervento sul territorio, come quella di Arghillà, a Reggio Calabria. Qui, attraverso attività di prossimità e unità mobili, sono state intercettate persone che normalmente non partecipano ai programmi di screening, con l’obiettivo di ridurre le barriere economiche, informative e culturali all’accesso alla prevenzione. Secondo Visconti, queste esperienze mostrano che è possibile raggiungere popolazioni oggi escluse dal sistema. Ma mostrano anche un limite evidente: restano interventi puntuali, spesso legati al terzo settore, che non possono sostituire una rete pubblica strutturata. Il rischio, sottolinea, è che queste pratiche vengano lette come soluzione sufficiente, quando in realtà indicano soprattutto ciò che potrebbe essere fatto su scala molto più ampia se il sistema fosse adeguatamente rafforzato.
Una trasformazione già in corso
Nel complesso, ciò che emerge dal report non è tanto l’immagine di un sistema in crisi improvvisa, quanto quella di una trasformazione profonda. Il Servizio sanitario nazionale continua a esistere nei suoi principi fondamentali, ma la sua capacità di garantire accesso uniforme alle cure appare sempre più condizionata da fattori esterni alla sua struttura originaria. Ed è proprio qui che, nella lettura di Visconti, si colloca la questione centrale di capire se l’universalismo sanitario italiano sia ancora un principio pienamente operativo o se stia diventando, progressivamente, una definizione che non corrisponde più del tutto alla realtà dei fatti.
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