Giusy Caruso: la pianista e ricercatrice musicale che duetta con l’Ai

La musica del pianoforte aumentata dall’intelligenza artificiale. L’intrattenimento pensato come progetto creativo in divenire fatto di suono, movimento, teatro e la partecipazione degli spettatori. È un po’ questa la sintesi della produzione artistica di Giusy Caruso, pianista, ricercatrice musicale e performer che con il suo lavoro da anni esplora e ridisegna i confini tra le arti. Nelle sue performance, l’artista unisce la classicità di uno strumento tradizionale alle potenzialità delle tecnologia in un risultato che diventa sintesi armoniosa tra musica e immagine. Studio rigoroso e pulsione creativa.

In dialogo con Alley Oop, l’artista, oggi a capo del gruppo “Creatie” al Conservatorio reale di Anversa, racconta la sua esperienza di ricercatrice da anni impegnata nella sperimentazione della tecnologia più avanzata combinata al suono del pianoforte e ai movimenti dell’esecutore. Un progetto di approfondimento il suo, che vede la musica evolvere verso il futuro, in dialogo costante con la macchina intelligente (un po’ a sfatare l’assunto che le donne hanno paura dell’Ia?) Mentre le mani si avvicinano ai tasti, le tensioni dei muscoli vengono registrate da speciali sensori e trasformate poi in dati che permettono di interagire con l’Ai. E da qui, co-creare lo spettacolo: il movimento cresce, il suono si espande e la performance diventa anche immagine.

Creativa, ricercatrice e performer

Foto di: Kiona Laga

Pianista, filosofa, performer, artista e ricercatrice: non basta un’etichetta sola per raccontare Caruso che, partita dall’Italia, è però in Belgio che approfondisce, da anni, la sua ricerca. Quotidianamente impegnata a sperimentare le sfumature del dialogo tra tecnologia e creatività artistica.

Quando ci siamo incontrate, mi ha raccontato: «Vengo dalla Calabria, da un sud che ha un assetto molto tradizionalista. Mi sono formata come pianista classica e mi sono laureata in filosofia, con un’attenzione particolare per la riflessione sull’estetica musicale e sull’arte. Però, c’e sempre stata in me questa voglia di proiettarmi in qualcosa che andasse oltre le mie radici. E allora ho iniziato a fare corsi di perfezionamento all’estero. In Olanda, poi a Salisburgo, e ancora in Germania».

Fino ad approdare ad Anversa, nel Belgio fiammingo, dove lavora come ricercatrice e sviluppa la sua creazione innovativa. Un processo di alta qualità tale da essere riconosciuto, tra gli altri, anche dalla Commissione europea. Nel 2023 il suo progetto “MetaPhase”, che prevede l’interazione tra il pianoforte, la performer e l’avatar intelligente, ha infatti ricevuto la menzione d’onore del prestigioso S+T+Arte Prize. Un lavoro che “ha impressionato la giuria per il suo straordinario approccio artistico e la sua innovativa ricerca”.

La ricerca come percorso professionale

Un po’ come la musica è in divenire, Caruso è un’artista la cui sperimentazione è instancabile. Avendo basi solide nella tradizione classica, riesce a esplorare tutte le potenzialità dell’interazione con la tecnologia. Conferma infatti: «tutto nasce dal desiderio di arrivare a capire la gestualità nell’interpretazione e per studiare a livello empirico questo processo di embodyment, cioè come noi performer ci appropriamo della partitura. E come poi la restituiamo in termini di interpretazione sonora e corporea».

Se infatti l’innovazione non può prescindere dalla conoscenza profonda delle radici, la creazione si espande attraverso il confronto, il dialogo e la sperimentazione. In uno scambio che si arricchisce anche grazie al contesto in cui ci si trova a vivere e operare. Nelle Fiandre, dice, «Mi sono ritrovata molto perché avendo sempre avuto questo senso della ricerca nella mia vita e nel mio lavoro – sono ricercatrice artistica e non solo pianista – vedo quella spinta che mi porta ad andare avanti. La cosa positiva che ho trovato qui è stato il supporto».

Dal Sud Italia al centro dell’Europa

È infatti uscendo dai confini italiani che la ricercatrice ha potuto procedere nel suo percorso. Non è troppo un mistero: la ricerca musicale in Italia non conosce le stesse possibilità di approfondimento, le stesse sfumature di espressione che, secondo Caruso, altri stati d’Europa invece offrono. «Trovo gli stili di vita belga e olandese strutturati e proiettati verso il futuro. In ricerca sempre e pronti a supportare e a spingere chi ha idee nuove». Anche in un campo sperimentale come quello che la pianista approfondisce da tempo.

«In Belgio la ricerca artistica come disciplina viene sviluppata da 20 anni. Io sono arrivata e mi sono formata qui verso il 2011, potendone capire e toccare con mano lo sviluppo. Tradizionalmente la ricerca sulla musica viene fatta dai musicologi a partire dai testi, lavorando sull’interpretazione musicale, sulla fonte scritta. O dagli etno-musicologi, per esempio sull’analisi della performance attraverso lo studio di audio e video. Insomma: da studiosi che osservano l’arte, l’analizzano e traggono conclusioni. La ricerca artistica ha dato voce agli artisti. L’artista è ricercatore e porta avanti uno studio sul proprio processo creativo».

Scoperta, approfondimento ed esplorazione, quindi, che hanno permesso all’artista-ricercatrice di spingere in avanti il confine della performance sonora. La tensione muscolare registrata dai sensori e l’interazione con l’intelligenza artificiale creano un’interpretazione in cui lo spettatore non assiste solamente allo spettacolo. Ma viene chiamato, in certo modo, in causa. «Insieme al mio team di lavoro ci interroghiamo molto sulla co-creatività con il pubblico, sulle interazioni co-creative. (Sull’)avvicinamento, invece del tradizionale scollamento tra chi siede in sala e il performer sul palcoscenico». Aggiunge l’artista: «andare avanti vuol essere incontrare il pubblico. Un punto su cui (con il conservatorio di Anversa) stiamo puntando: come poter formare nuovi pubblici e includerli nella co-creazione?».

La ricerca musicale come professione

Questa offerta culturale nuova può essere accolta anche in Italia? «Trovo che nel contesto italiano ci sia una certa chiusura. (Essendoci) un po’ di paura al confronto si rimane un po’ sulle proprie posizioni». Un peccato, secondo l’artista, anche proprio guardando alla lunga tradizione e alla storia del Paese che continua ad affascinare molto gli stranieri. E dove, tra l’altro, Caruso stessa torna volentieri, anche se «a volte mi trovo davanti a ostacoli nel dialogo, o nel farmi capire».
Certe barriere infatti sono diventate uno stimolo per avviare o ampliare il dibattito e proporre, da qui, la sua attività nel panorama italiano.

Spiega la pianista che «da qualche anno anche in Italia si è iniziato a parlare di ricerca artistica. Non la si riusciva a definire, però. Spesso mi trovato coinvolta in convegni dove c’era molta confusione. Per questo mi sono detta: devo dire la mia, perché ho le idee molto chiare in merito. Durante la pandemia ho trasformato la mia tesi di dottorato in un testo che poi è stato pubblicato nel 2022 dalla LIM (Libreria italiana musicale)» con titolo “La ricerca artistica musicale”. Un manuale presto diventato punto di riferimento per la materia.

Con l’intento di far avanzare la performance classica, nel percorso della pianista la teoria si fa pratica che rende la tradizione rilevante anche oggi. Può, allora, la combinazione di tecnologia e arte tradizionale diventare una chiave per risvegliare l’interesse e riportare gli spettatori nelle sale anche del bel Paese? «Assolutamente! – conferma. – Mi sono avvicinata a questa forma di performance co-creativa perché credo sia anche un modo per avvicinare il pubblico all’arte. L’intelligenza artificiale ha anche questa finalità. Io la considero una naturale evoluzione».

Certo, «ci può essere scetticismo e paura perché l’ai può distruggere il mondo se programmata da chi vuole distruggere». Per questo, continua, «ci dovremmo mettere la mano sulla coscienza e pensare al tipo di evoluzione che vogliamo. Con il gruppo di ricerca in Belgio di cui sono a capo, ci interroghiamo proprio su come la tecnologia può essere al nostro servizio». Come può agumentare e stimolare la creatività. «Oggi c’è molto scetticismo sull’intelligenza artificiale. Si pensa che possa completamente sostituire l’uomo. Invece in alcuni contesti accelera», amplia il contributo della componente umana.

Un esempio concreto in questo senso è lo sforzo di raggiungere un pubblico più ampio rendendo l’esperienza espansiva. O ancora, «un altro utilizzo sul quale stiamo indagando in questo periodo, è l’inclusione nella performance di persone con disabilità visive, motorie o uditive. (Che sia attraverso) la vibrazione di un sensore? L’emissione di odori particolari relativi?»

La sperimentazione musicale come professione?

Ascoltando il racconto di un lavoro in cui coesistono impostazione classica e spinta innovativa, emerge chiaramente come Giusy Caruso sia riuscita a fare dello studio della musica classica e la sua proiezione nel futuro, una professione. Ulteriore dimostrazione che con l’arte si può vivere – almeno in centro Europa. L’artista non nasconde infatti che sono stati le opportunità e i finanziamenti per la ricerca ricevuti nei Paesi Bassi, prima, e in Belgio, poi, a permetterle di approfondire e continuare gli studi. E, in parte, di portare le sue interpretazioni su palcoscenici internazionali.

«In Italia quando mi sono diplomata, ho iniziato a insegnare nelle scuole». Una strada che molti creativi e artisti italiani si trovano a percorrere. Questo impiego però, spiega, «era sempre complicato da gestire rispetto alla professione di musicista. Mi sono trovata tante volte a confrontarmi con la scelta imposta dai dirigenti: o fai la pianista o fai l’insegnante. Se avevo poi, certo, un giro di concerti, non avevo però sostegno per la ricerca. E, lo sappiamo bene, un musicista non riesce a vivere di soli concerti. In Belgio e in Olanda i fondi per gli studi (a partire dal master e poi per il dottorato), mi hanno permesso di vivere e di mantenermi». Esiste in questi Paesi lo “stato d’artista” che, spiega la pianista, supporta i creativi «nel fare questa professione. Li aiuta quando per esempio non lavorano o non hanno uno stipendio fisso».

Oltre alle specifiche forme di sostegno e ai finanziamenti come quelli a cui ha potuto accedere, Caruso ricorda anche l’esistenza dei bandi appositi e, per i cittadini europei, i fondi dei programmi Erasmus. Questi contributi favoriscono la mobilità di artisti e idee e, di conseguenza, danno vita a nuove contaminazioni creative. Conferma l’artista-ricercatrice: «al Conservatorio Reale di Anversa accogliamo tanti giovani dall’estero. Li supportiamo nel contatto interno con i professori ma anche aiutandoli nei concerti esterni. Integrandoli nel contesto» e nella scena artistica locale.

Nella sua istituzione, «Un tema centrale è quello di creare un team. Anche attraverso attività conviviali che crea armonia e un clima sereno dove lavorare bene. Una grande attenzione è data alla qualità del lavoro, del fisico, del benessere delle persone. Piccole attenzioni che fanno la differenza». Condividere momenti di vita e coltivare il confronto: se sono “sani”, la competizione e lo scambio aiutano la creatività. «Un ambiente sereno per il lavoratori può evitare episodi di burn-out o depressione, per esempio. E in Belgio c’è una particolare attenzione all’aspetto psicologico, psico-fisico».

Un cerchio che si chiude

Partita dal sud Italia, ha trovato una nuova casa nel cuore dell’Europa, ma non per questo ha tagliato le connessioni con le radici. Il percorso all’estero infatti l’ha riportata nel bel Paese, oltre che per la pubblicazione del suo libro anche invitata a tenere concerti e masterclass. Da qui, grazie all’esperienza accumulata negli anni, è diventata riferimento per molti studenti italiani – che vogliano o meno spingersi oltre i confini nazionali per perfezionarsi.

Ad Anversa «accolgo tanti ricercatori che vengono dai conservatori italiani perché anche in Italia da un paio d’anni la ricerca artistica è stata aperta in tante istituzioni come disciplina di studio di dottorato». Data la diffusione del suo manuale e la sua presenza in concerti lungo tutto lo stivale «si è aperto un flusso di visiting researchers italiani. Un’opportunità per loro di conoscere questa apertura (belga); per presentare le loro ricerche nei seminari che organizziamo (al conservatorio reale). E per aprire un dialogo costruttivo» tra artisti, professori e cultori di diversa formazione e nazionalità.

Che strada seguono questi giovani? «Qualcuno rientra. Ma tanti restano. Oggi nel mio gruppo ho cinque ricercatori italiani. Quando sono arrivata, ero l’unica».

Ha un sapore dolce-amaro la constatazione che chiude la nostra chiacchierata. Se da una parte infatti anche le parole della pianista-ricercatrice confermano le grandi potenzialità della libera mobilità all’interno dell’Unione, dall’altra è difficile non ripensare a come l’Italia sembra ancora terra da cui si parte. E molto meno un porto di approdo per artisti stranieri. O luogo di ritorno, dopo la specializzazione, dove tornare a svolgere una professione creativa.

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