Occupazione femminile, 5 dati che ci spiegano perché è così bassa

scritto da il 05 Febbraio 2021

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Quale ordine di priorità stiamo seguendo senza dircelo (e che cosa c’entrano le donne)?

La scorsa settimana abbiamo saputo dall’Istat che in Italia a dicembre 2020 si sono persi 101.000 posti di lavoro. E che 99.000 di queste perdite hanno riguardato le donne. Questo vuol dire che il 98% dei posti di lavoro persi a dicembre appartenevano a donne. Donne che – come si sa e si misura da tempo – guadagnano meno, hanno contratti più fragili, avranno pensioni più povere e quindi sono maggiormente a rischio povertà per tutta la vita dei loro concittadini maschi. Donne che appaiono come l’anello debole di una società in cui la percentuale di famiglie monoreddito – e quindi a rischio povertà – è la più alta d’Europa.

Che cosa c’entra questo dato con il fatto che l’Italia sia agli ultimi posti in Europa per la spesa in istruzione? Secondo l’Eurostat:

Nel 2017, l’Italia ha investito nell’istruzione pubblica il 7,9 per cento della sua spesa pubblica totale: Stato membro Ue ultimo in graduatoria. Le percentuali di Germania, Regno Unito e Francia erano state rispettivamente del 9,3 per cento, 11,3 per cento e 9,6 per cento. Prima della crisi, nel 2009, il 9 per cento della spesa pubblica italiana era andato in istruzione: l’1,1 per cento in più rispetto al 2017.

E che cosa c’entra il basso investimento che fa il nostro Paese nell’istruzione dei giovani con la crisi costante dell’occupazione giovanile?

L’Italia ha il tasso di occupazione giovanile più basso a livello europeo (56,3%, contro una media Ue del 76% nella fascia 25-29 anni) e il più alto tasso di giovani che non studiano e non lavorano (29,7%, media Ue 16,6%).

Che cosa c’entra, poi, il dato sull’occupazione giovanile con il fatto che abbiamo il più basso tasso d’occupazione femminile d’Europa, inchiodato a un 50,1%, 13 punti in meno della media europea?

Infine, il dato sull’occupazione femminile, che cosa ha a che fare con il dato sulla natalità nel nostro Paese, dove da anni nascono sempre meno figli e siamo scesi sotto il cosiddetto “tasso di sostituzione”… e forse non ci siamo detti bene che cosa vuol dire: vuol dire che non stanno nascendo abbastanza bambini “per avere un livello di nascite che permette ad una popolazione di riprodursi mantenendo costante la propria struttura demografica”.

Con 1,27 figli per donna, il nostro Paese è al 174° posto nel mondo per tasso di fecondità totale. Secondo l’Eurostat:

Ciò significa che la percentuale delle persone in età lavorativa nell’UE-27 è in diminuzione, mentre il numero relativo di pensionati è in aumento. La quota di anziani rispetto alla popolazione totale aumenterà notevolmente nei prossimi decenni. Ciò, a sua volta, determinerà un onere maggiore per le persone in età lavorativa, che dovranno provvedere alle spese sociali generate dall’invecchiamento della popolazione per fornire una serie di servizi ad esso correlati”.

Si tratta di cinque dati: quattro sono informazioni che monitoriamo e trattiamo periodicamente, il quinto è un dato storico emergente da un momento di crisi profonda, il primo probabilmente di una lunga serie di dati negativi che ci attendono come ritorno della pandemia. Ma che cosa ci stanno dicendo? In che modo la fragilità dell’occupazione femminile è collegata alla scarsa attenzione che le nostre scelte politiche e di investimento danno ai bambini, ai giovani, all’educazione, alle attività di cura dei più fragili? Se le statistiche sono l’evidenza numerica dei risultati delle nostre priorità, che priorità si sta dando il nostro Paese? Su che cosa sta investendo? E perché?

Ma no, non chiediamoci ancora perché: farsi due domande apre le porte alla possibilità di non rispondere a nessuna. Restiamo su una sola domanda e, dati alla mano, chiediamoci: quali sono le priorità del nostro Paese, su che cosa sta investendo?

Ultimi commenti (1)
  • Laura villani |

    Quando le donne hanno il primo figlio hanno difficoltà a riinserirsi nel percorso di carriera o anche solo nella precedente mansione, molto spesso sono demansionate o addirittura investite di un senso di colpa e magari essendo anche sotto pressione nella vita privata si licenziano e diventano così disoccupate, madri insoddisfatte.