Il razzismo all’italiana raccontato da Marilena (mezza bianca, mezza nera, 100% italiana)

scritto da il 12 Luglio 2016
  • Come parli bene l’italiano (anche dopo aver spiegato che sono italiana). Dove l’hai studiato?
  • Sei adottata?
  • Che bella abbronzatura!
  • Non la mangi la carne di maiale, giusto? (non sono musulmana)
  • E’ la sua badante? (A me quando passeggiavo con mio padre, in età adulta)
  • D: Che lavoro fa tua mamma? Io: Lavora in una ditta americana. D: Pulisce le scale? (mia mamma era responsabile della contabilità estera)
  • Da quanto tempo vivi in Italia?
  • Per strada: “Che bella, però, anche se è nera”.
  • Mi ricordi tanto Naomi Campbell (non c’entriamo niente).
  • Ma lo bevete l’alcool voi? (all’happy hour, e io NON sono musulmana)

C’è un razzismo che picchia e uccide e uno molto più diffuso, strisciante, a volte perfino inconsapevole; quello di chi inizia ogni frase con “io non sono razzista, MA”, e c’è sempre un “ma”. Ciclicamente l’Italia si chiede se il razzismo sia un problema, un’emergenza, o se sia limitato a pochi in una maggioranza immune.

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Marilena Delli, fotografa, documentarista e scrittrice, è autrice di “Razzismo all’italiana – Cronache di una spia mezzosangue” (edizioni Aracne). Metà bianca (papà italiano), metà nera (mamma ruandese): un padre a lungo missionario in Africa, più africano dentro della madre, divenuta italiana ed europea, sempre al passo con moda e tecnologia. Il libro è firmato Marilena Umuhoza: “E’ il nome rwandese che mamma ha scelto per me, significa consolatrice. Non compare nei documenti ufficiali, per questo l’ho reso ufficiale sul libro. Per me ha un’importanza grandissima: mi unisce alle mie radici, alle quali mai come adesso mi sento vicina”.

Italiana al 100 per 100 – nata, cresciuta, educata e insultata in questo Paese – venuta su a “polenta e razzismo” proprio a Bergamo, una delle roccaforti leghiste.

marilena3L’impatto con la realtà arriva alle elementari, con il confronto con gli altri bambini: la chiamano “negretta”, “e prima di quel giorno potevo definirmi una bambina felice. Ma allora mica avevo l’autoironia di oggi: e ce ne vuole, altrimenti uno si butta giù da un ponte”. Nel libro racconta mille episodi, ma non è un piagnisteo: “Racconto semplicemente la realtà di chi nasce e vive in Italia avendo origini straniere, nel mio caso un genitore. E mi è andata ancora bene che non lo fossero tutti e due: avessi dovuto aspettare la legge sullo Ius Soli campa cavallo”.

Avere una mamma del Rwanda significa, ad esempio, che la gente le dà sempre e solo del tu, mai del lei, e che se dice di avere un lavoro, allora tutti pensano che pulisca le scale (invece tiene la contabilità).  Nata in un Paese che ha vissuto tre genocidi (in uno fu ucciso il padre), per votare da cittadina italiana a Seriate ha dovuto far valere il suo diritto per vie legali.

Fra bambole rigorosamente bianche e frasi pesanti (se sei straniera tutti pensano che tu non capisca, invece capivo eccome) quella di Marilena è una identità disorientata, nascosta sotto mille strati di bianco. Anche ripudiata.

“Come gestisce una bambina l’amore infinito di alcune persone e il disprezzo incommensurabile di altre? Ricordo che davo sempre ragione a papà, mai alla mamma. La verità è che ero razzista anche io: al punto di detestare i cagnolini neri della nostra Lila, mentre amavo quelli bianchi. Odiavo loro o me stessa?”.

Marilena e il marito

Marilena e il marito

La storia di una bambina che diventa donna, e lentamente – grazie anche a un viaggio nella terra di origine – impara a riprendersi quello che è suo, inclusa la “morte e risurrezione di un capello riccio”, che abbandona le stirature chimiche e si scopre finalmente bello.

La storia di chi non conosce la sensazione di non avere gli occhi addosso fino a quando non si trova, diciannovenne, a New York.

“Persa fra le facce multicolore dei passanti, tra la gente dalla pelle arcobaleno: finalmente invisibile come tutti gli altri, uomini e donne asiatiche, africane, europee”.

Dopo la laurea in Lingue a Bergamo, gli studi di teatro e regia a Los Angeles, fino al ritorno che racconta nel capitolo “Ultima fermata: Italia”, dove ha scelto di vivere con il marito americano. Qui, oltre al libro, è nato il blog Afroitalian.it: “Si rivolge ai nuovi italiani, ma anche ai vecchi:  a chi questa terra la ama, a volte la odia, ma non può farne a meno”.

Qui incrociano orgoglio, umiltà, rabbia, pazienza, accettazione, amore: sentimenti di bambini che troppo spesso si sentono pesci fuor d’acqua, poi adulti induriti dalle umiliazioni, ma forti, determinati e sensibili. Sono atleti, registi, attori, scrittori, stilisti, musicisti, atleti. I nuovi italiani. Oggi Marilena  è produttore esecutivo di Zomba Prison Project, l’album dei carcerati del Malawi che è stato nominato nella categoria World Music ai Grammy’s quest’anno; un progetto ralizzato con il marito Ian Brennan.  

Il libro sarà presentato in una serata speciale alla Libreria Griot di Trastevere (Roma) il prossimo 26 luglio, alle 18:30.

Ultimi commenti (2)
  • Francesca |

    Uguale a te! Ho 35 anni, madre milanese, papà della Costa D’Avorio, ingegnere (!!!) Nel Nord Est, non operaio e nemmeno facchino. Io oramai vivo in Spagna…ho a mia volta un marito bianco e un figlio mixed pure lui. Che amarezza la vita….. anche io ho avuto il bisogno, davvero,di scrivere un blog. Siamo più di quanti vogliano vedere!

  • enzo chiarini |

    Conosco di persona queste situazioni,é duro,anzi sono duri e ignoranti gli italiani che domandano agli studenti di colore a Teramo:”ma finito lo studio tornerai in Africa,vero?”