Scuola: la legge Berruto apre le palestre anche durante le vacanze

Saranno 15mila gli impianti sportivi scolastici disponibili in orario extrascolastico e durante l’estate, dopo l’approvazione della legge, proposta a prima firma dall’onorevole Mauro Berruto, head coach della Nazionale Italiana Maschile di Pallavolo (2010-2015) medaglia di bronzo ai Giochi Olimpici Londra 2012. «41 mesi di gestazione, ma oggi, con il voto all’unanimità del Senato che ha confermato quello della Camera dello scorso ottobre, la proposta di legge a mia prima firma sull’utilizzo delle palestre scolastiche in orario extracurriculare da oggi è legge!» così Berruto ha salutato il via libera definitivo del Senato del 31 marzo 2026 alla legge che trasforma le palestre scolastiche in “Scuole Aperte”, garantendo alle associazioni sportive il diritto d’uso degli impianti in orario extrascolastico e durante l’estate, eliminando così la discrezionalità dei singoli istituti.

Un traguardo che segna un cambio di paradigma atteso da decenni: la trasformazione delle palestre scolastiche da “fortezze” spesso inaccessibili a beni comuni pulsanti nel cuore dei territori. Il provvedimento (noto come Atto Camera 505) interviene su una delle criticità storiche del sistema sportivo italiano: la gestione degli spazi. In un Paese dove la stragrande maggioranza dell’attività di base – dalla pallavolo alla danza, dal basket alla ginnastica – dipende strutturalmente dalle palestre delle scuole, la discrezionalità dei singoli ha rappresentato per anni una barriera invisibile ma solidissima per migliaia di associazioni.

L’Articolo 33: la nuova bussola dello sport

La Legge Berruto non è un intervento isolato, ma il “braccio operativo” della recente modifica dell’Articolo 33 della Costituzione. L’inserimento del settimo comma – “La Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme” – ha elevato lo sport a pilastro della formazione della persona, al pari dell’istruzione e della cultura.

Questa collocazione “nobile” ha svuotato di senso l’idea che la palestra sia un’aula speciale ad uso esclusivo della scuola. Inserendolo nell’Articolo 33, il legislatore ha sancito che lo sport è cultura. Se lo sport è un valore costituzionale, tenere una palestra scolastica sub iudice delle decisioni dei dirigenti scolastici, quando potrebbe essere abitata dai ragazzi, diventa una contraddizione che la nuova legge punta a sanare.

Cosa cambia: dall’autorizzazione al diritto d’uso

Il cuore della riforma risiede nell’inversione del paradigma gestionale. Fino ad oggi, le società sportive dovevano “chiedere il permesso” a dirigenti scolastici e Consigli d’Istituto, spesso ricevendo rifiuti motivati da incertezze sulle responsabilità civili.

Con la nuova normativa, la gerarchia decisionale viene ribaltata attraverso tre pilastri:

  • La titolarità agli Enti locali: la gestione degli impianti in orario extrascolastico torna sotto il controllo diretto dei proprietari degli immobili (Comuni e Province).
  • L’onere della prova alla scuola: la scuola non deve più concedere un assenso preventivo. Spetta all’Istituto comunicare all’ente locale, all’atto dell’approvazione del PTOF (Piano Triennale dell’Offerta Formativa), le specifiche attività didattiche o progettuali che impediscono l’utilizzo degli impianti da parte di terzi. In assenza di comunicazioni documentate, la palestra si intende pienamente disponibile.
  • Apertura estiva e festiva: l’uso degli impianti deve essere garantito anche durante le sospensioni dell’attività didattica. Luglio e agosto diventano mesi di operatività per campionati e camp estivi, eliminando lo spreco di strutture pubbliche inutilizzate.

Resta comunque il fatto che in Italia  su circa 40mila edifici scolastici statali sono 15.067 quelli dotati di questi impianti, il 38,3%. Ben 24mila non hanno segnalato la presenza di tali dotazioni, mentre in 271 non è censita l’informazione. La disponibilità è scarsa e frammentata, con profonde disuguaglianze regionali che vedono il Mezzogiorno particolarmente svantaggiato, dove oltre la metà delle scuole primarie spesso ne è priva. La Liguria ha l’incidenza maggiore: qui il 53,7% delle scuole statali ha una palestra o una piscina. Seguono la Puglia (49,2%) e la Lombardia (48,8%). In fondo alla classifica c’è la Calabria, maglia nera con il 21,8%. tra i capoluoghi di provincia è Milano ad avere la percentuale più alta (quasi l’80%), seguita da Firenze (71,5%), Bologna (71,2%) e Monza (71,2%). Le percentuali più basse si trovano a Catanzaro (9,5%), Forlì (10,3%) e Teramo (13,6%).

L’ispirazione: il caso Julia Ituma e il progetto “Scuole Aperte”

Dietro la tecnicità del testo normativo vibra una componente simbolica potente. Berruto ha più volte citato la vicenda di Julia Ituma, la giovane azzurra scomparsa nel 2023. L’impossibilità di accedere stabilmente alla palestra della scuola media di via Bramante a Milano – dove Julia aveva iniziato a giocare – nonostante la volontà di intitolarla alla sua memoria, è stata la “scintilla” definitiva.

La legge mira a strutturare il modello delle “Scuole Aperte”, già proposto da Berruto come laboratorio sociale e politico. Non si tratta solo di sport, ma di un’idea di scuola come “hub culturale” della cittadinanza, capace di trasformare le palestre in luoghi comunitari aperti fino a sera, fungendo da presidio di sicurezza, legalità e contrasto alla povertà educativa, soprattutto nelle aree periferiche.

Dati e numeri: la soglia critica dei 14 anni

Il rigore dei dati conferma l’urgenza dell’intervento. Secondo l’ultimo report ISTAT sulla pratica sportiva (dati 2024), lo sport rimane un tratto distintivo dei giovanissimi: la passione raggiunge il suo picco proprio tra gli 11 e i 14 anni, coinvolgendo il 75,6% dei ragazzi (il 66,7% in modo continuativo). Tuttavia, questa età dell’oro è fragile.

Il Rapporto Sport 2025 di Sport e Salute evidenzia come la soglia dei 14 anni segni l’inizio del drop-out (abbandono precoce), con un divario di genere marcato: nella fascia 10-24 anni, le ragazze abbandonano la pratica sportiva in misura maggiore rispetto ai maschi (21,6% contro 15,1%). Spesso la causa è logistica: l’Anagrafe dell’Edilizia Scolastica del MIM rileva che solo il 40,8% degli edifici scolastici è dotato di una palestra. Facilitare l’accesso a quel poco che esiste, eliminando spostamenti complessi per le famiglie attraverso la “palestra sotto casa”, è dunque una strategia di salute pubblica e di equità di genere, necessaria per evitare che quel 75,6% di praticanti si disperda nel passaggio alla scuola superiore.

Le reazioni del mondo sportivo

Il traguardo ha raccolto il plauso immediato delle federazioni, in prima linea nella gestione dell’attività di base. Un consenso convinto è arrivato dalla FIPAV (Federazione Italiana Pallavolo). Il presidente Giuseppe Manfredi ha espresso gratitudine per l’iter concluso: «Permettetemi di ringraziare il primo firmatario del disegno, il nostro ex CT Mauro Berruto, che ha lavorato alacremente per far sì che questo diventasse realtà, ma naturalmente è mio dovere ringraziare anche il Ministro Abodi che con il suo impegno ha permesso tutto questo. Ritengo che questo sia un importante passo che permetterà a molte ragazze e ragazzi di coltivare la loro passione sportiva».

Per le federazioni è la fine di un’era di incertezza. Poter pianificare il futuro dei piccoli club senza il rischio di restare senza casa ogni settembre garantisce quella stabilità necessaria per investire non solo sui campioni, ma sulla capillarità del movimento e sul presidio sociale del territorio.

La clausola di riqualificazione: un patto tra privato e pubblico

La riforma introduce il meccanismo della riqualificazione in cambio di gratuità. Le associazioni dilettantistiche senza fini di lucro possono presentare progetti di rigenerazione (pavimentazioni, illuminazione a LED, infissi). Se l’ente locale riconosce l’interesse pubblico, può affidare la gestione alla società per un minimo di cinque anni, scomputando l’investimento dal canone.

È un patto di corresponsabilità: la società sportiva non è più un ospite precario, ma un partner che valorizza un bene pubblico. In un Paese che ha finalmente inserito lo sport in Costituzione, la Legge Berruto rappresenta il necessario “braccio operativo”. Non è un punto di arrivo, ma – per usare un termine caro al primo firmatario – il “fischio d’inizio”. Ora la palla passa ai Comuni e alle scuole: far correre questa opportunità è un dovere verso le nuove generazioni e verso la salute del tessuto sociale italiano.

Prossimi passi: dalle norme alla pratica quotidiana

Approvata definitivamente ma in attesa di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, la legge dovrà ora affrontare la prova della messa a terra. Il successo dell’iniziativa dipenderà dalla capacità di far dialogare mondi spesso distanti. Sarà fondamentale il ruolo dei decreti attuativi e delle convenzioni standard che Ministero dello Sport, Ministero dell’Istruzione e ANCI dovranno definire per armonizzare la gestione dei costi correnti e la sicurezza degli spazi.

La sfida sarà trasformare la “disponibilità teorica” delle palestre in una reale accessibilità logistica, auspicando che gli oneri legati al presidio delle strutture e alla pulizia siano sostenibili anche dal punto di vista economico per le associazioni.

Si tratta di un traguardo storico per le famiglie, per le associazioni sportive e per i ragazzi.
È una vittoria che non assegna medaglie né vince campionati, ma che punta a ottenere risultati molto più importanti e duraturi.

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