“Il Giorno della Memoria va ripensato, non abolito. Ma non va mai sovrapposto alla crisi di Gaza”

Le parole più sagge? «Quelle del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella». Abolire il giorno della memoria? «No, ma va ripensato». Gadi Luzzatto Voghera, storico dell’ebraismo, direttore della Fondazione Centro di documentazione ebraica Contemporanea con il suo Osservatorio sull’antisemitismo, autore di libri necessari, come quello piccolo ma denso dal titolo “Antisemitismo”, fondamentale per capire cosa si muove, nemmeno tanto sotto traccia, in Europa e nei paesi democratici contro gli ebrei.

Professore, partiamo dall’attualità. In un articolo uscito alla vigilia del Giorno della Memoria, Davide Parenzo arriva a proporne l’abolizione definendolo «la più grande mistificazione del nostro tempo» per la sovrapposizione che una certa narrazione fa tra Shoah e Gaza. Quello di quest’anno è il Giorno della Memoria più drammatico di sempre? E secondo lei il 27 gennaio andrebbe abolito?

Il mio amico Parenzo ama molto i colpi ad effetto e quindi porta all’estremo, alle estreme conseguenze, un’esperienza che è stata all’inizio, fra l’altro, della costruzione di un nuovo calendario civile. Un calendario che personalmente non mi sento di buttare via. Detto questo, un tema oggi sul 27 gennaio esiste eccome. È un tema che riguarda il modo in cui il Giorno della Memoria è stato declinato nel tempo. Ci sono state molte discussioni, molte espressioni dialettiche, critiche, chiamiamole come vogliamo. Quella di Parenzo è semplicemente l’ultima in ordine di tempo. Nel corso degli anni sono stati scritti libri, saggi, riflessioni sugli errori e sui limiti con cui questo momento di riflessione collettiva è stato impostato e vissuto.

Secondo lei quali sono stati gli errori principali?

Credo che si tratti, in larga parte, di un errore non voluto. Il 27 gennaio nasce nel momento di massima ascesa di quella che abbiamo chiamato l’Era dei Testimoni. In quel contesto, probabilmente l’errore più grande è stato quello di delegare quasi interamente all’ascolto delle testimonianze un lavoro che avrebbe invece dovuto coinvolgere in modo più diretto anche i singoli, gli studiosi, gli studenti, in un percorso di comprensione del peso di ciò che chiamiamo memoria. Memoria che, in realtà, va sempre declinata come evento storico, e dunque come qualcosa di cui dobbiamo farci carico nel nostro presente, non solo come racconto del passato.

Perché la Shoah non è un evento “lontano”?

Non siamo di fronte a un evento come le guerre puniche, anche se ormai, purtroppo, talvolta gli studenti la percepiscono così, come qualcosa di molto lontano nel tempo. La Shoah è il momento in cui questo continente, e poi naturalmente anche il nostro Paese, ha adottato delle politiche che già subito dopo la guerra lo storico Leon Poliakov definiva “il suicidio dell’Europa”. È il momento in cui l’Europa decide di privarsi consapevolmente di una componente fondamentale del proprio patrimonio culturale e umano, gli ebrei. E lo fa all’interno di un fenomeno di grandissima rilevanza, che esisteva allora ed esiste ancora oggi, che è l’antisemitismo.

Eppure la conoscenza di ciò che è accaduto sembra sempre più fragile nel grande pubblico.

Sì, perché ciò che è accaduto viene spesso volgarizzato. E questo è paradossale, perché in realtà disponiamo di una documentazione enorme, prodotta dagli stessi persecutori, dal nazismo e dai suoi alleati, oltre a un lavoro di studio straordinario che è stato fatto nel corso di questi decenni. Abbiamo a disposizione un fenomeno storico che ha portato uomini e donne agli estremi del loro essere vivente, come persecutori, come vittime, ma anche come appartenenti a quella grandissima categoria maggioritaria che chiamiamo i bystanders, gli spettatori, che neutrali non sono mai. È un fenomeno che ci permette di capire qualcosa di profondo sulla nostra umanità, su quello che siamo.

In questo quadro si inserisce il tema della sovrapposizione tra Shoah e Gaza

Esattamente. Volgarizzare tutto questo produce due effetti molto gravi. Da una parte perdiamo la conoscenza della Shoah, perché la stravolgiamo completamente. Dall’altra perdiamo anche la capacità di comprendere ciò che sta accadendo a Gaza e di dargli la sua giusta dimensione storica e politica. Quello che succede a Gaza è enorme, è terribile, ma perché sentiamo il bisogno di quella sovrapposizione? Perché purtroppo di mezzo c’è una parola, che è “ebreo”.

E questo ci riporta direttamente al tema dell’antisemitismo

Sì. È il terreno su cui crescono queste sovrapposizioni antistoriche. Non esistono elementi di paragone, neppure lontani, tra ciò che accade a Gaza e il nazifascismo. Eppure queste letture si impongono, perché l’antisemitismo continua a funzionare come un filtro attraverso cui una parte del discorso pubblico interpreta la realtà.

Proviamo allora a definirlo. Cos’è oggi l’antisemitismo?

Al netto delle definizioni che hanno una funzione politica, dal punto di vista storico l’antisemitismo oggi è un linguaggio politico. È il frutto di una lunga stratificazione, che affonda le sue radici in pregiudizi millenari, ma che a partire dalla seconda metà dell’Ottocento si struttura come uno strumento vero e proprio di interpretazione della realtà. Ha una componente psicologica molto forte, ma su quella tradizione di pregiudizi innesta elementi di valutazione politica che risultano estremamente funzionali alla modernità.

L’antisemitismo può essere assimilato ad altre forme di odio, come l’omofobia o l’islamofobia?

Io credo di no. L’omofobia ha le sue caratteristiche, l’islamofobia ha le sue caratteristiche, l’antiziganismo ha le sue caratteristiche. L’antisemitismo ha una specificità propria, che è legata alla sua capacità di funzionare come linguaggio politico. Uno degli elementi centrali è il cospirazionismo, il complottismo. È lì che nasce questo meccanismo ed è un meccanismo che può funzionare anche senza la presenza concreta degli ebrei. Quando si parla, ad esempio, di sostituzione etnica, come fanno alcuni esponenti dell’estrema destra o anche figure istituzionali come il vicepremier Salvini, si applica uno schema tipico dell’antisemitismo a fenomeni come le migrazioni, che hanno dinamiche storiche ben note e studiate. Se poi ci sono gli ebrei, l’antisemitismo li colpisce direttamente; se non ci sono, continua a esistere sotto altre forme.

È un meccanismo che abbiamo visto anche durante la pandemia?

Sì. Durante l’epidemia di Covid c’erano tutte le condizioni perché il discorso pubblico assumesse rapidamente i tratti dell’antisemitismo: si è cominciato con la cospirazione dei laboratori, poi Big Pharma, e dopo poche settimane sono arrivati gli ebrei. È la nostra modernità che utilizza questo linguaggio, ed è per questo che non possiamo considerarlo un residuo del passato.

Molti pensano che la specificità dell’odio nei confronti degli ebrei sia legato soprattutto alla Shoah, unicum per violenza e progettazione di questa violenza nella storia dell’uomo. E’ così?

È un equivoco molto diffuso. Se fosse così, con la sconfitta di Hitler l’antisemitismo sarebbe finito. Invece non solo non è finito, ma il suo linguaggio pubblico si è arricchito proprio di elementi che arrivano dalla Shoah. Nel rapporto sull’antisemitismo che pubblicheremo a breve, la gran parte delle immagini e dei meme distorce elementi della storia della Shoah in senso antisemita.

Cosa dice il nuovo rapporto del vostro Osservatorio?. Che cosa raccontano i dati più recenti?

Non è una questione di numeri. Nel 2025 abbiamo censito poco meno di mille casi, ma questo non significa che i casi siano mille. I fenomeni reali sono decine di migliaia. Il punto è riconoscerli, dargli un nome e delle caratteristiche precise. C’è una crescita evidente, sia in termini di visibilità sia di pericolosità, perché aumentano gli atti concreti, non solo quelli verbali: aggressioni, minacce fisiche, pestaggi. L’Italia si colloca pienamente all’interno di una dinamica globale.

Esiste un dato generazionale?

No, è trasversale alle generazioni, agli schieramenti politici e anche agli ambienti sociali. Ed è preoccupante perché sta riemergendo anche in contesti in cui prima veniva tenuto sotto traccia, dove esisteva ancora un certo livello di vergogna. L’antisemitismo è trasversale anche culturalmente. Ci sono case editrici importanti che pubblicano libri intitolati alla “lobby ebraica”, oppure testi che ripropongono il negazionismo della Shoah come se fosse una tesi sostenibile sul piano scientifico.

Sul piano politico, come giudica i disegni di legge oggi in discussione?

Io penso che, in senso stretto, non ci sarebbe bisogno di una legge, perché esiste già una strategia nazionale chiara, non improvvisata, che andrebbe finanziata e sostenuta nel tempo.
Detto questo, credo nella democrazia e ritengo importante che il Parlamento si esprima. A patto che non si pensi di risolvere tutto con provvedimenti repressivi. Serve piuttosto un lavoro culturale, una diffusione della conoscenza su ciò che sono il sionismo, l’antisemitismo e la storia degli ebrei in Italia.

Daniela Santus in un’intervista su Alley Oop ha parlato della necessità di ripartire dalle scuole per costruire un “vaccino” contro l’antisemitismo. È d’accordo?

Assolutamente sì. Ma sarà un lavoro continuo, di generazione in generazione, un lavoro eterno.. Una legge può aiutare solo se mette risorse sui percorsi educativi e se nasce dal consenso più ampio possibile.

Domani è il 27 gennaio. È preoccupato per quello che leggerà sui giornali?

So già cosa vedrò. Ci saranno gruppi che declineranno il Giorno della Memoria su Gaza, con un errore catastrofico di prospettiva. Ci saranno momenti di retorica pura che non servono a nessuno, ma anche momenti di riflessione importanti. Io, come sempre, ascolterò con attenzione le parole del Presidente della Repubblica. E forse avrò il privilegio di commentarle in diretta.

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