Viva l’arte della leggerezza contro la rincorsa della perfezione

Ho letto “Sembrava una felicità” di Jenny Offill, tradotto da Francesca Novajra, nel 2014, quando era appena uscito per NN editore. Ero in attesa del secondo figlio, avevo un lavoro che nel tempo si era trasformato in qualcosa che in realtà non desideravo più, vivevo ormai da vent’anni lontano dalla mia città di origine e leggendo questo diario particolare ho pensato: “Eccomi sorella, non sei sola!”.

La mia storia era un po’ diversa da quella della protagonista; lei aveva appena dato alla luce la sua prima bambina e aveva scoperto che il marito la tradiva, quindi non potevo immedesimarmi completamente. Si sentiva però inadeguata, insicura, aveva sempre il timore di sbagliare e in quello eravamo molto vicine.

Rileggendo il libro a distanza di quasi dieci anni, ho ritrovato nel suo racconto introspettivo (non a caso il titolo originale è “Dept. of Speculation”, come di qualcuno che scandaglia, raccogliendo e registrando indizi, la sua parte più profonda) qualcosa che spesso trovo in me, e in tante donne che si sentono inadatte, pensando di non essere mai abbastanza per. Per il lavoro, per i figli, per il matrimonio, per il posto che occupano nel mondo.

Jenny Offill parla alla parte più nascosta di ognuna di noi, quella che alla fine più o meno (e con tante riserve) tutte superiamo in età adulta, con la consapevolezza di ciò che siamo, e che in fin dei conti non è affatto male.

L’autrice non utilizza la forma del romanzo propriamente detto, ma sviluppa la storia come se fosse un diario costruito con periodi brevi, aneddoti, riflessioni, citazioni letterarie attraverso cui leggere la vita, tutto montato in una sorta di flusso di coscienza di una donna in cerca, forse, di quella che sembra felicità; o quantomeno di stabilità ed equilibrio.

Ognuna di noi, a un certo punto della vita, si fa un’idea di ciò che vorrebbe essere e che quasi mai, anni dopo, coincide con la realtà: “Il mio piano era di non sposarmi mai. No, io volevo diventare un mostro d’arte. Le donne non diventano mai mostri d’arte, perché i veri mostri d’arte si preoccupano solo d’arte e mai di cose terrene. Nabokov non si chiudeva nemmeno l’ombrello, era Vera che gli leccava i francobolli”.

Arriva poi il momento del confronto con il mondo che ha intorno, dove tutto sembra perfetto, tranne lei: “Ci sono sempre altre mamme all’asilo. Alcune arrivano presto ogni mattina e così si accorgono del mio ritardo. E sempre le stesse madri, quelle che arrivano presto, sono brave a ricordarsi ogni giorno cosa si deve portare. Una foto della bambina con il padre o la crema solare o un contenitore delle uova per i lavoretti in classe. Per le madri ritardatarie come me le maestre hanno istituito un tempo di grazia. C’è un’ora di gioco libero all’inizio della mattinata, così se il bambino non arriva puntuale non va bene, ovviamente, ma non è un dramma”.

Sono tutte piccole sconfitte quotidiane, in questo caso preludio di quella, per la protagonista, più grande: il matrimonio che vacilla, sotto il colpo del tradimento. Ed è in quel momento che Jenny Offill sfodera al massimo le sue competenze tecniche (non a caso insegna anche scrittura creativa) e, dopo il trauma, prende le distanze dal suo dolore. Più o meno a metà del libro, una pagina intera è occupata dalla risposta al Come stai?, ovvero: “cosìspaventatacosìspaventatacosìspaventatacosìspaventata…”

Il racconto in prima persona, che ha caratterizzato la narrazione fino a quel momento, subisce un arresto per lasciare il passo alla terza persona, la narratrice, che si concentra sulla sé stessa “moglie”. Moglie che non solo si è lasciata tradire, ma che, ingenua, non ha visto, non ha capito, come le ricorda chi la sa più lunga (a parole), e che al posto suo avrebbe fatto, avrebbe detto (quante volte ci è capitato, quante!): “Le dicono, ‘Te ne dovevi accorgere’. Come hai potuto non capirlo? E lei risponde: non c’è niente che mi abbia sorpreso di più in tutta la mia vita. ‘Te ne dovevi accorgere'”.

Non è un romanzo, ma fluisce come un romanzo. La storia si evolve, la bambina cresce, la “moglie”, che sembra aver fagocitato la donna, a un certo punto riesce a trovare un compromesso, nonostante la rabbia e la gelosia, e i suoi pensieri si allentano, si rilassano, diventano meno stringati ed entra in gioco l’ironia. Lei, che deve dimostrarsi perfetta, comportarsi come tutte, comprendere una debolezza del marito, nel suo intimo sa che l’unica via di fuga, a volte, è rendere la vita più leggera, almeno nella sua testa: “Di notte, stanno distesi a letto tenendosi per mano. A volte, mentre sono così, la moglie riesce a fare il dito medio al marito senza che lui se ne accorga”.

Jenny Offill, con “Sembrava una felicità”, offre ai lettori un ottimo punto di osservazione della realtà, dei sentimenti, delle relazioni primarie e di questa rincorsa verso la perfezione, richiesta soprattutto alle donne, che devono essere mogli passionali, madri super attente, eterne ragazze sportive che magari curano corpo e anima con lunghe (e noiosissime per lei) lezioni di yoga e devono riuscire a barcamenarsi tra mille collaborazioni professionali per sbarcare il lunario senza far mancare nulla alla famiglia.

In meno di duecento pagine, la protagonista si lascia andare a un’ammissione di debolezza straordinaria, che non appare come una resa, ma una ricerca di felicità, pur se all’interno di una vita sgangherata e imperfetta. Quella felicità che viene, sembra, dal non prendersi troppo sul serio, e calibrare meglio le aspettative.

***

Titolo: “Sembrava una felicità”
Autrice: Jenny Offill
Traduttrice: Francesca Novajra
Editore: NN, 2014
Prezzo: 16 euro

***

La newsletter di Alley Oop
Ogni venerdì mattina Alley Oop arriva nella tua casella mail con le novità, le storie e le notizie della settimana. Per iscrivervi cliccate qui.

Per scrivere alla redazione l’indirizzo è: alleyoop@ilsole24ore.com