Smettiamola di chiamarlo “divario retributivo di genere”: la vera causa del gender pay-gap

scritto da il 03 Novembre 2018

cash-coins-currency-40140

Da oggi fino a fine anno le donne europee lavoreranno gratis: questa è la data variabile – dipende dall’entità percentuale del divario – del compleanno del “gender pay-gap”, ovvero il “divario salariale di genere”, ovvero la quota di denaro in meno che una donna in Europa guadagna per il solo fatto di essere donna. L’UE ha fissato questa quota per il 2018 in 16,2% come media tra i Paesi europei, quindi per il 16% dell’anno (dal 3 novembre al 31 dicembre) le donne lavoreranno senza guadagnare.

Fastidioso, ma non abbastanza da farci scendere in piazza come fecero le 187 operaie inglesi della Ford nel 1960 in Inghilterra.

Pagate come operaie non specializzate, svolgevano in realtà un lavoro ben più qualificato di buona parte dei loro 55.000 colleghi maschi. Per questo bloccarono la produzione tessile dei sedili, e di conseguenza l’intera produzione delle automobili, e qualcosina la ottennero – nel 1970 il Regno Unito fu tra i primi Paesi europei a emettere un “Equal Pay Act” per garantire la parità di retribuzione – ancora non raggiunta, comunque, nemmeno lì.
Nelle classifiche che circolano, l’Italia sembra essere messa meglio di molti altri Paesi europei su questo indicatore, con una percentuale tra il 5 e il 7%. Abbiamo di che festeggiare? Oppure potrebbe sorgerci un dubbio, nel vedere che il nostro divario retributivo sembra essere inferiore a quello della Svezia e della Finlandia…?
L’Eurostat ha fatto chiarezza una volta per tutte: non vale misurare il pay-gap sulla paga oraria e basta. Questo indicatore infatti non considera il fatto che molte donne hanno un part time involontario, che in alcuni ambiti come quello pubblico la discrepanza è più sotto controllo ( il gender pay gap è pari al 3,7% nel pubblico e al 19,6% nel privato), e infine non considera la disoccupazione – l’Italia è uno dei Paesi europei con il più basso tasso di occupazione femminile. Se si inseriscono questi tre fattori, si ha quello che l’Eurostat definisce il gender pay-gap “aggiustato”, e l’Italia guadagna l’ottava posizione in Europa, con un divario del 44% tra le retribuzioni degli uomini e quelle delle donne.

In pratica in Italia lavoriamo gratis già a giugno.

Secondo il World Economic Forum questo problema, che interessa tutte le nazioni del mondo, invece di migliorare sta peggiorando, e di questo passo ci vorranno 100 anni prima di raggiungere la parità. Come mai?
Il divario salariale di genere ha un grosso problema: generalizza. Si pensa riguardi le donne in quanto tali, e si va cercando la discriminazione cui sono soggette. Mentre ormai tutte le ricerche puntano il dito in una direzione molto chiara: non si tratta di un pay-gap di genere, ma di un “pay-gap di maternità”. Il rallentamento nel reddito femminile, il crollo nei tassi di occupazione, la difficoltà nell’arrivare in posizioni decisionali: tutto questo avviene dopo la maternità.
Secondo uno studio fatto sui dati dell’Inps: “Se si considera l’andamento crescente del reddito nei tre anni che precedono l’inizio del congedo di maternità, lo scenario si aggrava: oltre al lento ritorno ai livelli precedenti la maternità, la nascita del figlio apre un divario fra il reddito percepito dalla donna e quello che avrebbe ricevuto in assenza della nascita – ipotizzando un trend costante – e il divario non si colma nel tempo. Dopo venti mesi, la donna percepisce stabilmente circa il 12 per cento in meno rispetto al reddito potenziale in assenza della nascita del figlio. La penalità reddituale raddoppia (intorno al 20 per cento dopo sedici mesi) fra le donne senza un contratto a tempo indeterminato. Ripetendo la stessa analisi per i padri, non emerge alcun impatto negativo sulla carriera lavorativa né sul reddito”.
Un’importante ricerca dell’Università di Princeton – fatta su uno dei Paesi più virtuosi d’Europa, la Danimarca – evidenzia la complessità del fenomeno, e indica un solo potente strumento culturale per farvi fronte: il congedo condiviso. Il congedo parentale fruito da entrambi i genitori, infatti, agisce su più elementi in contemporanea: abbassa il carico di lavoro di cura sulle spalle delle donne (in Italia 100 minuti in più al giorno), distribuisce più equamente tra madri e padri il carico di “assenza percepita” al nascere di un figlio, ha un impatto diretto e positivo sui tassi di occupazione femminile e sulla diminuzione delle discriminazioni – e poi fa bene alle coppie, ai bambini e al mondo del lavoro…
A proposito, qualcuno ha sentito citare il congedo di paternità in questa Finanziaria? No: dal 2019 l’Italia potrà segnare “zero” a questa voce, e intanto continuare a indignarsi ogni 3 novembre perché le donne guadagnano meno degli uomini.

Ultimi commenti (4)
  • Mr Jabbe |

    @Agostino De Conto “Scusate, solo un chiarimento: quando si parla di divario di paga di genere (gender pay-gap), si intende dire che le donne sono meno pagate degli uomini a parità di lavoro, o semplicemente che sono pagate meno degli uomini perché svolgono lavori differenti?”

    Gentile Signor Agostino, Si intende che, presa una popolazione di un certo stato, si sommano i redditi per sesso, e poi si fa una media. Poi si fa finta che quella media sia una reale paga individuale che viene retribuita al singolo uomo e alla singola donna discriminando per sesso, e quindi si calcola a partire da quale giorno dell’anno la donna comincerebbe a “lavorare gratis fino al 31 dicembre” rispetto all’uomo.
    Su questa finzione poi, si fanno titoli ad effetto del tipo “da oggi le donne lavorano gratis fino a fine anno”.
    Dato che le che femmine e maschi sono due gruppi contrapposti dove noi sottomettiamo le donne dalla notte dei tempi, se Tizio ha 10 volte il suo reddito, comunque lei da questo fatto, ne avrà più vantaggi, ad esempio, della moglie o della figlia di Tizio, le quali non c’è dubbio che preferirebbero lavorare più di Tizio pur di non dipendere economicamente da lui, ma dato che Tizio, lei, io e tutti gli altri maschi vogliamo sottomettere le donne, non permettiamo loro di guadagnare come noi. E’ per questo, Gentile Sig. Agostino, che difficilmente troverà una donna che possa esprimere la sua spontanea propensione a fare famiglia con un uomo di ceto inferiore a quello della famiglia di provenienza per poterlo sostenere economicamente assicurargli un tenore di vita pari o superiore a quello che quell’uomo ha conosciuto: noi maschi glielo impediamo anche a costo di essere costretti a lavorare per vivere qualora non fossimo ricchi di famiglia, anche se l’alternativa a sposarci e farci mantenere (destino crudele al quale abbiamo obbligato le donne loro malgrado evitandolo a noi) è fare la fame.
    Pensi che per realizzare questo piano patriarcale, noi maschi siamo arrivati addirittura a truccare il mercato del lavoro.
    Chi compra lavoro infatti, comprerebbe volentieri il lavoro femminile dato che è gratis circa due mesi all’anno, ma noi, perfidi esecutori del patriarcato, imponiamo di comprare e pagare di più il lavoro maschile.
    Più chiaro adesso?

  • francesca perani |

    grazie, tutto molto chiaro, soprattutto l’ultima frase.

  • Agostino De Conto |

    Scusate, solo un chiarimento: quando si parla di divario di paga di genere (gender pay-gap), si intende dire che le donne sono meno pagate degli uomini a parità di lavoro, o semplicemente che sono pagate meno degli uomini perché svolgono lavori differenti?