Calcio, in Uk un terzo degli addetti è donna ma fatica a far carriera

scritto da il 17 Gennaio 2019

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Il calcio inglese è spesso all’avanguardia, in diversi ambiti. In termini di scelte strategiche, di innovazione, di fan experience, di smart arena e nella ricerca. È proprio da una ricercatrice del dipartimento di sociologia della Durham University, Amee Gill, che arriva una nuova lettura del gender pay gap nel mondo del calcio inglese, ma che si potrebbe estendere facilmente anche al resto d’Europa.

La Federazione calcio inglese, la Football Association, ha pubblicato il primo rapporto sul gender pay gap nel marzo dello scorso anno, rivelando un divario retributivo di genere pari al 23% a favore degli uomini. La spiegazione della Federazione per questa differenza era che un numero inferiore di donne lavora in ruoli dirigenziali di alto livello. Sempre la FA suggeriva che questa disparità fosse il risultato di un problema di scelta da parte delle donne, affermando che soprattutto quelle di talento avrebbero bisogno di una fase di elaborazione maggiore per accettare di arrivare a ricoprire ruoli di leadership.

La teoria espressa da Amee Gill, nel suo studio per il dottorato presso la Durham University e il National Football Museum, è diversa. La sua ricerca si concentra sul calcio professionistico maschile in Inghilterra e dà risalto alla reale portata del lavoro di leadership delle donne nel mondo del pallone inglese. Infatti, quasi un terzo delle lavoratrici nel calcio professionistico maschile sono donne e, negli ultimi trent’anni, oltre 700 hanno ricoperto ruoli di comando. Il problema è che la carriera delle donne verso la cosiddetta stanza dei bottoni è bloccata, mentre ormai costituiscono una percentuale considerevole tra giocatrici (in Inghilterra) e tifose.

In alcuni club professionistici maschili il gender pay gap arriva a toccare anche il 66%, mentre in alcuni casi isolati diminuisce fino al 17%, anche se solo 21 club su 48 forniscono questi dati aggiuntivi, il che significa che il divario retributivo medio potrebbe essere più alto. Anche in questi casi, l’assenza femminile nei CdA viene in gran parte spiegata con l’assenza di donne in grado o disposte a fare questo genere di lavoro.

athletes-ball-daytime-685382Negli anni ’70, la carenza di donne nei ruoli di leadership veniva spiegata come il risultato di un minor numero di lavoratrici qualificate ai livelli inferiori dell’organizzazione. La convinzione era che l’aumento del numero di donne impiegate nel mondo del calcio avrebbe, col tempo, portato all’equità anche ai vertici. In realtà nonostante la partecipazione delle donne al lavoro retribuito e all’istruzione superiore sia aumentata verso la fine del XX secolo, l’ineguaglianza al vertice del calcio è rimasta tale. Per questo, negli ultimi decenni, l’attenzione si è spostata sulle barriere culturali e strutturali alla progressione delle carriere femminili. D’altronde, come ammette la ricercatrice inglese, imputare lo squilibrio di genere all’incapacità o alla volontà di lavorare nel calcio delle donne assolve le organizzazioni dalla responsabilità per l’uguaglianza di genere.

Qual è la verità? Secondo la ricerca di Amee Gill i dati mostrano che la presenza delle donne in realtà diminuisce a mano a mano che si sale verso le posizioni apicali. Circa il 27% dei lavoratori nel calcio professionistico maschile è costituito da donne, la porzione femminile scende al 14% nelle posizioni dirigenziali e cala addirittura al 7% nei consigli di amministrazione.

In Gran Bretagna ci sono dei club “virtuosi”. Il Tottenham Hotspur, per esempio, ha proporzionalmente più donne nella commissione che nella forza lavoro complessiva, come Leicester City, Chelsea, Aston Villa, Sheffield, Sunderland AFC, Reading e Scunthorpe United. Ma questi club sono una minoranza.

Più di 700 donne hanno ricoperto ruoli di leadership nel calcio professionistico maschile dalla fine degli anni ’80. Questi ruoli includono direttrici, dirigenti e capi dipartimento. Oltre 230 di queste donne attualmente lavorano in posizioni di leadership nel calcio, molte altre hanno lasciato la disciplina ma continuano a lavorare in posizioni di rilievo in altri settori.

Susanna Dinnage, per esempio, sarebbe dovuta diventare l’amministratrice delegata della Premier League ma ha annunciato che non assumerà più la carica.

calcioLa “segregazione” professionale potrebbe in qualche modo spiegare il blocco in corso. La maggior parte di queste donne ha infatti ricoperto ruoli dirigenziali in ambito commerciale, vendite, biglietteria e vendita al dettaglio. Al contrario, poche donne hanno ricoperto ruoli di leadership nelle operations, nell’amministrazione e nello sviluppo del business. E nelle società, e quelle di calcio non fanno differenza, alcuni ambiti forniscono percorsi più diretti verso i consigli di amministrazione, e questi percorsi sono storicamente di genere maschile.


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