Jackson Pollock e l’Espressionismo Astratto in mostra Roma

scritto da il 02 Novembre 2018

Pollock, Jackson

Pollock, Jackson

Il Vittoriano diventa la casa dell’arte americana contemporanea. Dopo Andy Warhol, infatti, è la volta dell’esposizione dedicata a Pollock e la Scuola di New York, in mostra fino al 24 febbraio. Circa 50 capolavori, tra i quali anche opere di Mark Rothko, Willem de Kooning, Franz Kline e il celebre Number 27, la grande tela (tre metri di lunghezza) di Jackson Pollock (1912-1956), il primo artista americano a non avere debiti artistici con l’Europa, morto a soli 44 anni in un incidente stradale nell’agosto del 1956, pochi mesi dopo l’analoga sorte toccata all’attore James Dean. Nello stesso anno, un altro artista, Richard Hamilton, in una sua opera utilizzerà per la prima volta la parola “pop”. Una rivoluzione artistica era in atto: l’espressionismo astratto voleva infatti sperimentare nuove tecniche e nuovi linguaggi che si sarebbero poi proiettati verso la Minimal Art e la Pop Art, una diversa visione di cui il dripping di Pollock, l’arte dello sgocciolamento con l’artista che non dipinge più da cavalletto, è solo una chiave di lettura.

Hofmann, Hans

Hofmann, Hans

La “rivoluzione” prende avvio nel maggio del 1950 attraverso lo scandalo del Metropolitan Museum di New York quando, dallo stesso museo, viene organizzata un’importante mostra di arte contemporanea escludendo la cerchia degli action painter e scatenando così la rivolta degli esponenti del movimento. “Negli anni Cinquanta sulla decima strada di New York il problema era come essere pittori senza smettere di essere americani” scriveva Leo Steinberg.

Protagoniste di questa rivoluzione sono state anche due donne. Nina Leen, fotografa di origini russe, alle cui mani si deve il celebre scatto degli “Irascibili” realizzato a New York il 24 novembre 1950, nel quale ci sono proprio gli artisti esclusi in posa da banchieri con sguardi quasi a voler sfidare chi guarda. Vengono così definiti dal quotidiano Herald Tribune per la singolare forma di protesta attraverso la lettera scritta al presidente del Metropolitan, Ronal L. Redmond, e inviata al New York Times, nella quale dichiarano il loro dissenso nei confronti delle posizioni assunte dal museo.  Nel gennaio del 1951 la rivista “Life” pubblica la fotografia che ritrae quindici pittori: al centro Pollock, insieme a de Kooning, Rothko, Newman, Motherwell, Gottlieb, Baziotes, Brooks, Tomlin, Ernst, Reinhardt, Pousette-Dart, Stamos, Still e un’unica donna, Hedde Sterne.

de Kooning, Willem

de Kooning, Willem

Promotrice della diffusione di questa nuova arte americana è stata invece Gertrude Vanderbilt Whitney (1875-1942), ricca ereditiera e collezionista, che nel 1931 apre il primo museo dedicato agli artisti viventi e non ancora consacrati dalla critica e dal mercato, il Whitney Museum di New York appunto, da cui arrivano molte delle opere esposte a Roma. Dopo la morte della mecenate, dal 1955, il Whitney Museum rafforza la politica di acquisizioni per rispondere alla mancata fusione con il Metropolitan, di cui avrebbe dovuto essere un’ala dedicata alla nuova arte americana.

L’esposizione romana ripercorre quegli anni attraverso tre linee guida – anticonformismo, introspezione psicologica e sperimentazione – che accompagnano il visitatore attraverso le sei sezioni del percorso: Jackson Pollock, Verso la Scuola di New York, Franz Kline, Dall’Espressionismo Astratto ai “Coloro Field”, Willem de Kooning e Mark Rothko.

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