Come sarà l’Italia nel 2065?

scritto da il 29 Maggio 2018

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Sapevamo già che l’Italia è un paese per vecchi ma quello che non conoscevamo ancora sono i nuovi trend demografici. L’Istat ha appena pubblicato il report sulle Previsioni regionali della popolazione residente al 2065. Tre sono le parole chiave: Sud, vecchi e giovani.

In generale in Italia ci sarà una diminuzione della popolazione residente, si passerà dagli attuali 60 milioni di italiani a 54 milioni nel 2065. Tutta la penisola avrà meno abitanti ma sarà il Sud a svuotarsi maggiormente mentre nel Centro-nord, dopo i primi trent’anni di previsione con un bilancio demografico positivo, si avrebbe un progressivo declino della popolazione soltanto dal 2045 in avanti. Si registrerà infatti un fenomeno di spostamento di abitanti dal Sud al Nord prevalentemente per un tema legato al lavoro e maggiore occupabilità. Questa previsione non è confortante perché vuol dire che gli investimenti di valorizzazione dell’economia del Sud non stanno creando valore a sufficienza per invertire questo trend.

L’Italia sarà sempre di più un Paese per vecchi. L’età media della popolazione passerà dagli attuali 44,9 a oltre 50 anni nel 2065. Questo fenomeno è determinato da due fattori, il primo è che le aspettative di vita crescono: oggi le aspettative sono per le donne di vivere fino a 85 e per gli uomini 80,6. Entro il 2065 la vita media crescerebbe di oltre cinque anni per entrambi i generi, giungendo a 90,2 anni e 86,1 anni. Si prevede un picco di invecchiamento che colpirà l’Italia nel 2045-50, quando si riscontrerà una quota di ultrasessantacinquenni vicina al 34%Il secondo fattore è che le future nascite non saranno sufficienti a compensare i futuri decessi: dopo pochi anni di previsione il saldo naturale raggiunge quota -200 mila, per poi passare la soglia -300 e -400 mila nel medio e lungo termine. In sintesi, nel 2065 avremo un’Italia più vecchia, con meno giovani e meno popolosa.

Come possiamo invertire questi trend? Difficile dirlo, sicuramente sarebbero necessari interventi strutturali anche in contro tendenza rispetto all’attuale agenda politica. Prima di tutto l’allungamento delle aspettative di vita ci mette di fronte al fatto che i percorsi di carriera devono essere ripensati ed è sbagliato pensare che il lavoro nel 2065 sia esattamente com’è ora. Tutte quelle professioni usuranti, ripetitive e di basso valore aggiunto saranno rimpiazzate o potenziate da robot. Per cui le tipologie di lavori nel 2065 saranno molto più creative e tecnologiche rispetto alla situazione attuale.

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Inoltre sarà anche più probabile che lo stesso concetto di pensione venga ripensato in un’ottica più fluida rispetto ad ora. Sarà più semplice pensare ad una diminuzione graduale di lavoro per fare spazio alla vita privata che non un taglio netto lavoro/pensione come adesso. Questo permetterebbe di ripensare anche il welfare adeguando le misure non solo ad interventi di natura previdenziale ma anche a sostegno di tutte le fasi della vita. Le economie dei paesi più avanzati ci insegnano che laddove il tasso di occupazione femminile è più alto, anche il tasso di natalità è maggiore. Per cambiare rotta è necessario guardare al futuro con coraggio introducendo nuovi schemi partendo proprio dal presente: dal Sud, dai vecchi e dai giovani.

Ultimi commenti (7)
  • Salvatore |

    Queste previsioni lazciano il temo che ttovano.
    Le cassandre non hanno mai avhuto fotyunna fin dai tempi antichi.
    Utilizzerei la mia conoscenza, se ne v’è una, all’attuale e a quello che puo’ o deve avvenire nel tempo prossimo.
    Il mio voto é zero a tali locubrazioni.

  • Mauro |

    15 milioni di consumatori in meno la chiamerei una ecatombe. A chi si domanda se ci sarà più o meno occupazione la risposta è implicita nei numeri. Mi viene peró da pensare che ci sarà anche una minore richiesta di immobili, quindi il prezzo delle case potrebbe anche scendere (ottimo x chi compra) ulteriore aggravio a livello di ricchezza privata aggregata. Penso sia ora di tornare a riequilibrare le voci di spesa x riportare il moltiplicatore familiare oltre il 3%. Ora, non fra 20 anni.

  • RODOLFO CACIOLLI |

    Mi spiace pensare che non riusciremo ad invertire la rotta perché i governanti guardano al successo del momento ed evitano provvedimenti che migliorino le condizioni future ma che al momento possano essere mal visti o non compresi dagli elettori. Inoltre il problema del Sud ha ormai più di 150 anni e non ha trovato soluzione; come si può pensare di risolverlo ora, in pochi anni?
    Ricordo, avendone vista l’enorme trasformazione che il Veneto era considerato “il meridione del Nord” e infatti, quando ero ragazzo, i veneti espatriavano e le loro donne andavano nelle regioni del Nord a fare le badanti, le cameriere, le mondine etc. I governi del tempo intervennero con massicci finanziamenti per sviluppare l’economia di quella regione, come faceva, per il Sud, la Cassa del Mezzogiorno. Dobbiamo costatare due risultati assolutamente diversi che per una serie di vicende lavorative, ho vissuto dall’interno. Perché mentre il Veneto è diventato una delle regioni più ricche e produttive d’Europa, il Sud continua ad arretrare? Come diceva il Manzoni, ” ai posteri l’ardua sentenza , nui chiniam la fronte etc etc.”

  • Massimo Biondi |

    E’ probabile che quei “technological” in grande crescita siano assimilabili come ruolo sociale in futuro a quelli che furono gli operai nella rivoluzione industriale

  • Monica D'Ascenzo |

    Gentile Alessio, ha assolutamente ragione. Anche a noi piacerebbe avere le informazioni che lei chiede. Sapere fra 47 anni quale mondo aspetta i nostri figli, che tipo di lavoro faranno, quanto dovranno lavorare prima di andare in pensione, se si potranno permettere di comprare una casa o vivranno in affitto per tassi sui mutui troppo alti, se la scelta del percorso scolastico che stanno intraprendendo sarà adatto ai lavori di domani e così via. Purtroppo però lo stesso World Economic Forum non va oltre l’arco temporale di 5 anni e le aziende faticano a fare piani industriali credibili già nel prossimo triennio. Abbiamo un mondo economico ed industriale in fortissima accelerazione nel cambiamento e nell’evoluzione e i piani vanno aggiornati ogni sei mesi. Si figuri nella prospettiva di 47 anni di vita non solo di un Paese, ma di un’Italia inserita in un contesto europeo e sempre più globale. Avere già delle prospettive demografiche, però, ci può dare l’identikit dell’Italia di domani. Un’indicazione non da poco per poter disegnare politiche che ci portino a quel futuro nel miglior modo possibile. Se io so che l’età media della mia popolazione si andrà innalzando, posso fin da ora, ad esempio, fare delle proiezioni sulla sostenibilità del nostro sistema pensionistico e capire in che direzione sarà necessario riformarlo. questo è solo un esempio, i dati forniti dall’Istat ci dicono molte altre cose, starà alla politica leggerli e adottare una visione e una strategia consone al nostro futuro.