Simone Superman Barlaam, la forza della normalità vince i Mondiali

scritto da il 21 Dicembre 2017

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Lo ascolti parlare dall’altra parte del mondo e le prime sensazioni che arrivano sono quelle della maturità delle parole che dice e della semplicità con cui racconta quello che fa tutta la settimana, quello che ha fatto solo qualche giorno prima, che proprio normale non è.

gold-medal-barlaamMentre lui parla, stai lì a cercare su internet la sua età perché, forse, ricordi male l’anno di nascita. Invece no, è proprio quello, il 2000. Solo che dall’altro capo del mondo c’è lui, Simone Barlaam, 17 anni, un ragazzo capace di vincere quattro medaglie al suo esordio in un campionato del mondo. Simone da Cassinetta di Lugagnano, comune di meno di duemila abitanti della provincia di Milano, ha fatto parte di quella straordinaria nazionale azzurra composta da undici atleti che all’ultima edizione dei Mondiali a Città del Messico ha conquistato ben 38 medaglie – 20 ori, 10 argenti e 8 bronzi – arrivando terza nel medagliere, dietro solo a Cina e Stati Uniti.

podio-50-stile-barlaamIl giovane lombardo è andato a medaglia in ognuna delle quattro gare disputate: due ori nei 50 e 100 metri stile libero, un argento nella 4×100 stile libero, staffetta mista a 34 punti, e un bronzo nei 100 metri dorso, categoria S9. Nel nuoto paralimpico le classi sportive sono identificate da una sigla composta da un prefisso che indica le discipline e un numero che fa invece riferimento alla disabilità fisica. Simone, infatti, è  nato con una gamba più corta dell’altra, in termini medici un’ipoplasia del femore destro, e da zero a 13 anni ha subito dodici interventi chirurgici.

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“Purtroppo o per fortuna non li ricordo tutti. So che il primo è avvenuto a poche ore dalla nascita. L’ultimo, me lo ricordo bene, è stato nel 2013 ma all’altra gamba, la sinistra”, racconta Simone ad Alley Oop dall’Australia dove è tornato immediatamente dopo i successi mondiali perché lì ci sono i banchi di scuola ad attenderlo.

Quali sono le sensazioni più forti che ti porti dentro dalle gare di Città del Messico?

La forte tensione, soprattutto prima dei 50 e dei 100 stile libero, sia nelle batterie che nelle finali. Sono arrivato a uscire anche tre volte dalla camera di chiamata per andare al bagno. Federico (Morlacchi, ndr) mi ha detto che l’ansia che avevo mi si leggeva in viso. Una volta tuffato in acqua, invece, ero sereno e finita la gara tutto si è trasformato in felicità, come se mi fossi tolto un macigno. È stato il mio esordio mondiale, è vero, ma in futuro dovrò imparare a gestire meglio questa tensione e ad affrontare le gare con maggiore tranquillità.

Federico Morlacchi è il veterano della squadra. Com’è il tuo rapporto con lui?

Dal primo momento che ci siamo conosciuti mi ha preso sotto la sua ala protettrice. Mi ha sempre dato consigli tecnici per migliorare la nuotata ma anche per la vita di tutti i giorni. È una persona molto importante nel mio percorso di crescita. I nostri soprannomi? Ne abbiamo diversi. Lui è Dori perché quando è in acqua, soprattutto durante gli allenamenti più duri, dimentica tutto; io sono Nemo perché quello era il mio cartone animato preferito da bambino, mi ritrovavo in quel personaggio. Credo che anche Fede usasse questo soprannome da piccolo. Io però sono pure Clark Kent perché alla fine di una delle mie prime gare mi è sceso un ricciolo sulla fronte, indossavo anche gli occhialetti, e un fotografo ha accostato quella mia foto a quella di Superman e gli somigliavo veramente molto. Sono anche Poppo, un altro soprannome che mi ha dato Morlacchi quando non ero molto bravo a fare le virate: mi diceva che meritavo un nome da cane.

Tra studio e nuoto, come si svolge adesso la tua giornata tipo?

Sveglia alle 4 del mattino, primo allenamento dalle 5 alle 7, poi torno a casa, faccio colazione, indosso l’uniforme e vado a scuola. Dalle 8,50 ho sei sessioni di lezioni con due pause, di cui una per il pranzo. Al termine di nuovo a casa, mi riposo un’oretta e poi palestra dalle 17 alle 18 e altre due ore per il secondo allenamento in acqua della giornata. Di nuovo, torno a casa, cena e a letto perché sono un po’ stanco. Questo sei giorni su sette, il sabato senza la scuola, però.

Perché la scelta del nuoto?

A dire il vero per un periodo ho praticato anche il triathlon però la corsa era troppo difficile e soffrivo tanto la bicicletta. Da piccolo, il nuoto era l’unico sport nel quale la gamba non soffriva la pressione del corpo e l’osso non si rompeva, oltre a questo c’era uno scopo riabilitativo. Avendo trascorso gran parte della mia infanzia in un lettino di un ospedale, ero abbastanza sovrappeso e mi aiutava a rimanere in forma. Ho iniziato a tre anni e a undici ho smesso perché nella mia squadra di normodotati non mi divertivo, mi annoiavo e non avevo motivazioni. Tre anni fa, per caso, su internet ho trovato il contatto del mio attuale allenatore, Massimiliano Tosin, e ho ricominciato con la Polha Varese. Loro hanno riacceso in me quella passione infantile che era andata via, così ho iniziato a capire cos’è veramente il nuoto, ad allenarmi e a nuotare ad alti livelli.

Come mai ha deciso di trasferirti in Australia?

È un’esperienza che ho sempre voluto fare. Fin da quando ero bambino l’idea è sempre stata quella di affrontare il quarto anno degli studi superiori all’estero perché so che conoscere bene l’inglese sarà importante nella mia vita da adulto. A questo si sono aggiunti motivi agonistici perché Massimiliano Tosin conosce l’allenatore dei Castle Dolphin, la squadra con cui nuoto qui. Adesso vivo a Castle Hill, una trentina di 30 chilometri da Sydney, nell’interno del paese, ospite di una famiglie con tre figlie. L’High School è molto diversa dai nostri licei: qui sono gli studenti a scegliere le materie e il livello, da quello base a quello avanzato, da frequentare. Io sto seguendo i corsi che avrei fatto in Italia come matematica, fisica e biologia ma anche design technology e storia dell’arte perché il disegno è un’altra mia grande passione. Finita la scuola, a giugno, tornerò in Italia. La maturità scientifica la prenderò a casa e i mesi estivi, prima dell’inizio del nuovo anno, mi serviranno a recuperare le materie che non ho fatto in Australia, come italiano, storia e filosofia.

Quindi, non tornerai a casa per le feste?

No. Ci stiamo già organizzando con gli amici per fare un bel po’ di cose. A dicembre in Australia ci sono anche 40° e non ho mai trascorso un Natale con delle temperature del genere. Qui ho trovato una grande cultura multietnica, a scuola ho conosciuto tanti ragazzi provenienti da ogni parte del mondo, Iran, Giappone e Danimarca. E poi ci sono le spiagge, bellissime. Io finora sono stata solo a Bondy Beach e mi hanno detto che non sia nemmeno una delle migliori.

A soli 17 anni, tutta questa maturità da dove arriva?

Dalla famiglia, prima di tutto, papà Riccardo, mamma Claudia e mia sorella Alice. Grazie a loro si è formata sicuramente la mia persona e il mio carattere. Poi aggiungerei la mia situazione e infine lo sport perché aiuta a imparare la disciplina, a essere rigorosi, a rispettare gli orari e a mangiare sano. Io mi sono sempre allenato con ragazzi dai vent’anni in su, frequentandoli, mi è venuto naturale comportarmi come loro.

Qual è il futuro di Simone?

Per quanto riguarda gli studi, dopo la maturità, ci sarà l’Università. Non ho ancora deciso se medicina, biomeccanica, scienze, biologia o matematica. In Italia o in Australia? Mi piacerebbe che fosse all’estero. Con il nuoto, l’anno prossimo parteciperò ai trials dei Commonwealth Games ma gli appuntamenti più importanti saranno i Giochi del Mediterraneo a giugno e gli Europei di Dublino a ferragosto. A metà gennaio riprenderò gli allenamenti. Dopo tredici mesi ininterrotti e due di sveglia alle 4 del mattino ho bisogno di staccare un po’”.

Simone Superman Barlaam. È umano anche lui.