Crescere respirando design e diventare imprenditrice di un marchio proprio. Conversazione con Adele Cassina

scritto da il 07 Luglio 2017
Adele Cassina e il logo della sua azienda, AdeleC - foto Ilaria Defilippo

Adele Cassina e il logo della sua azienda, AdeleC – foto Ilaria Defilippo

Cassina. Un cognome celebre nel panorama del design italiano. Ma anche un’eredità non sempre facile da portare, soprattutto se si nasce donna nella Brianza degli anni Trenta. “Sono nata a Meda nel marzo del 1939. Ho perso la mamma a quattro anni, e da quel momento papà Cesare si è sempre preso cura di me” racconta Adele, 78 anni, unica figlia di Cesare Cassina, imprenditore illuminato che co-fondò non solo il marchio Cassina ma anche i celebri Flos e C&B (ora B&B). “Papà Cesare all’epoca lavorava insieme allo zio Umberto nell’azienda di famiglia. Un’azienda che ho sempre vissuto nascostamente… La mentalità dell’epoca prevedeva che stessi a casa o al massimo mi occupassi della parte amministrativa della società. Così ho studiato ragioneria dalle suore, una scelta quasi obbligata. Erano i primi anni ’50 e laurearsi all’epoca era inimmaginabile” spiega Adele. Finite le superiori, frequenta a Torino l’Ipsoa, scuola di specializzazione in management aziendale dove conosce Rodrigo Rodriquez, che diventerà poi suo marito.

Ma ad Adele i numeri non piacciono particolarmente e per questo motivo non si curerà mai dell’amministrazione dell’azienda: Il mio vero amore era il design. Ho sempre bazzicato in azienda nel momento in cui nasceva un prodotto, amavo entrare e uscire dal reparto Ricerca & Sviluppo, quel luogo magico dove mio padre portava gli architetti che iniziavano a collaborare con Cassina, primo fra tutti Franco Albini, poi Ponti, Magistretti, Tobia Scarpa… Lui era il loro unico interlocutore”, racconta Adele. È proprio in quegli anni che nasce il design italiano, anche se la parola “designer” ancora non veniva usata… “tanto che gli architetti quanto mio padre non erano consapevoli di quello che stava succedendo”.

In senso orario, dall'alto: il padre Cesare Cassina, Adele, lo zio Umberto Cassina e il cugino Franco Cassina.

In senso orario, dall’alto: il padre Cesare Cassina, Adele, lo zio Umberto Cassina e il cugino Franco Cassina

Poco prima del 1960 mio padre chiamò ad aiutarlo un giovane della mia età, Francesco Binfaré, che dopo 30 anni alla direzione artistica di Cassina è diventato il designer di punta di Edra. Avrei forse potuto essere io l’interlocutore fra gli architetti e l’azienda, ma il mio senso di inadeguatezza e di esclusione dalla società hanno tenuto me e mio padre lontani da una simile ipotesi. In qualche modo mi sono sempre sentita colpevole di non essere maschio e non ho nemmeno mai capito se sono stata capace di essere la figlia che mio padre desiderava. Questo muro di incomunicabilità, un muro di cemento armato, si è sgretolato solo alla sua morte”.

All’età di 20 anni, Adele riceve una richiesta del tutto inaspettata: “Mio padre mi chiese di andare a Roma a seguire l’apertura del nuovo showroom in via del Babuino visto che non era ancora stata fatta la ricerca di un direttore per la filiale romana. Fino a quel momento avevo sempre risposto di no a mio padre, soprattutto alle proposte improvvise come quella, perché non mi sono mai sentita veramente coinvolta in ambito lavorativo. Ero molto sensibile a riguardo”. Adele però accetta l’incarico, che durerà un anno: “Dopo questa esperienza non sono più stata coinvolta ufficialmente nella vita dell’azienda. Ho saputo poi che il fatturato del mio anno a Roma era stato di 90 milioni di lire; fatturato che non è mai più stato raggiunto. Non credevo di aver fatto nulla di speciale, pensavo che chiunque ne sarebbe stato capace trattandosi del primo e unico negozio di design a Roma, mentre Roma era sicuramente un mercato difficile e lo è tuttora”.

Adele Cassina all'ingresso della sede di AdeleC a Meda - foto Ilaria Defilippo

Adele Cassina all’ingresso della sede di AdeleC a Meda – foto Ilaria Defilippo

Nel 1963 Adele si sposa, diventa mamma di 4 figli e inizia la stagione del “casalingato duro”, così come lei stessa lo definisce scherzosamente. “Nel contempo io continuavo ad andare in Cassina, senza un ruolo, lasciando volutamente operare al mio posto mio marito, che nel frattempo era diventato amministratore delegato”.

Anche se non in prima linea, Adele vive comunque esperienze straordinarie, come le piace descriverle: “Un giorno mio padre mi chiede di accompagnare a Vicenza da Carlo Scarpa – che viveva alla palladiana Villa Valmarana – un architetto americano in visita alla Cassina, senza indicarmene il nome. Ricordo vivamente il mio stato di agitazione e smarrimento, mentre alla guida di un’utilitaria accompagnavo un personaggio sicuramente importante ma a me sconosciuto… Nel tragitto ci studiavamo a vicenda e finalmente riusciamo a presentarci: lui era Louis Kahn. Sapevo che fosse famoso, ma non esattamente chi fosse. Lui è stato delizioso, mi ha raccontato la sua storia personale – istruendomi, decisamente – e io gli ho raccontato la mia”. Poi negli anni ’80 un altro viaggio resta impresso nella mente di Adele: “Andai insieme a mio marito alla fondazione Wright a Taliesin per ottenere i diritti di produzione dei suoi pezzi. Un viaggio particolare nel deserto dell’Arizona, in visita a un altro gigante della storia dell’architettura”.

Adele Cassina e il nipote Giona rispettivamente sulla poltrona Zarina e sulla poltroncina originale creata dal padre Cesare per Adele

Adele Cassina e il nipote Giona rispettivamente sulla poltrona Zarina e sulla poltroncina originale creata dal padre Cesare per Adele

Nel 1979 il padre di Adele muore:Dopo la sua morte mi sono riconciliata con lui e ho sentito chiaramente per la prima volta di essere chiamata a continuare la sua vocazione di interlocutore tra il designer e l’impresa. In particolar modo dopo la vendita della Cassina negli anni 90 è nata la voglia, l’intenzione di riprendermi un pezzo di esperienza che non avevo fatto prima”. Così nel 2009, a settant’anni, nonostante i figli fossero contrari all’idea perché consapevoli dei mutamenti del settore, Adele fonda il suo brand di design, Adele-C: “Non essendo mai stata imprenditrice prima, mi sono lanciata sulle ali del desiderio in questa avventura che mi piace moltissimo ma che è anche davvero difficile. Mi sono scontrata con una realtà completamente diversa da quella vissuta da mio padre”. Cosa le piace del suo “nuovo” lavoro? “Magistretti diceva a mio padre che padre di un prodotto è il designer e madre è l’azienda. Essendo donna ed essendo madre i prodotti è come se li portassi in grembo, mi piace moltissimo poter seguire l’iter creativo dalla progettazione alla realizzazione”. 

Il cognome Cassina l’ha aiutata? “Devo dire che è stato una difficoltà in più, non si può competere con una realtà – la Cassina – che ha 90 anni di storia”. Come è stato l’inizio? “Complicato. Non avevo né l’azienda né l’esperienza del fare, avevo semplicemente assaporato il piacere della creatività nella società di famiglia. Così ho cominciato da un pezzo disegnato per me da mio padre quando avevo solo 5 anni, una piccola poltroncina, che ho poi chiamato Zarina. Me la regalò in occasione del Natale 1944. Era in velluto color mattone, leggermente rosato, con una housse a fiorellini azzurri. Ancora la possiedo, ed è stata il punto di inizio per rieditarla – con molte difficoltà – in dimensione standard”.

Come mai il nome Zarina?Lo Zar era Cesare, mio padre. Io invece mi sentivo Zarina, sovrastata dalla sua figura ma anche da lui considerata una principessa”. Insieme alla poltrona – che resta l’incipit di Adele-C – l’imprenditrice ha realizzato una collezione di mobili che si arricchisce ogni anno in occasione del Salone del Mobile, collaborando con prestigiosi designer tra i quali Ron Gilad.

Essere donna e imprenditrice, è un problema? “Non ci sono problemi, sono sola. Ho problemi con me stessa, mi sentirò in pace quando raggiungerò dei buoni risultati. Era tanto il desiderio e la voglia di farlo che mi sono messa in discussione, ora devo accettare i pro e i contro e devo prendermela solo con me stessa. In azienda – che ha sede a Villa Antona Traversi a Meda, ex monastero delle suore benedettine – sono circondata solo da donne capaci e di cui mi fido ciecamente”.

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