In Italia ci vuole coraggio ad essere padri

scritto da il 15 Marzo 2017

fatherSembra che, proprio come alle donne viene “richiesto” di annegare nella maternità gli altri aspetti della propria identità, agli uomini venga invece impedito di esprimere appieno il proprio essere padri. Ma ci sono, i papà, e hanno un tumulto di pensieri e di richieste, spesso frustrate, segno di un’identità che sta crescendo più velocemente di quanto la società sia pronta a comprendere.

Pochi, pochissimi (meno di 2 su 10) quelli che prendono il congedo di paternità perché probabilmente è più facile semplicemente prendere “ferie” quando nasce tuo figlio. Ma che messaggio ti sta dando il mondo? Essere padri è tutt’altro che una vacanza.

I papà italiani sono consapevoli dell’aumento di complessità delle loro vite, e non solo perché dormono meno. E, se è vero che il 56% prenderebbe il congedo di paternità per poter passare più tempo con un figlio che altrimenti “dopo tre giorni di missione fa più fatica a riconoscermi”, è anche vero che il 40% vorrebbe un congedo per “condividere con la propria compagna la gestione della quotidianità”.

Che cosa non sta “vedendo” la nostra società, mentre non fa spazio a questa dimensione dei suoi cittadini? Non sta vedendo uomini che sono sicuramente più felici (97%) e, nella nuova complessità delle loro vite, mentre stanno molto più attenti agli orari e alla gestione del tempo (39%), sanno anche ridimensionare meglio i problemi che incontrano sul lavoro (29%): come le loro colleghe mamme, l’attenzione all’equilibrio vita lavoro sembra quindi aver migliorato la loro capacità di ricercare un equilibrio personale.

“Sembra assurdo, ma la paternità mi sta aiutando ad amare ancora di più un lavoro che già amavo prima. E per fortuna mi ha anche aiutato ad imparare a staccare più facilmente e in maniera più completa dal lavoro, mai come dopo essere diventato padre riesco a spegnere il cervello da quando arrivo a casa fino a quando rientro al lavoro”.

La paternità, secondo lo psicanalista tedesco Erik Erikson, è una fonte naturale di “generatività”, e la generatività corrisponde all’età adulta dell’essere umano in cui comincia a lavorare per le generazioni future: per costruire progetti che gli sopravvivano.

Risuona, questo messaggio, nelle parole dei papà del sondaggio, quando dicono di aver acquisito una visione più ampia del mondo, maggiore senso di responsabilità, maggiore attenzione al futuro. Lo dicono benissimo le loro parole: da quando sono diventato papà…

Sono più consapevole circa le priorità della vita.

Mi sono reso conto del motivo per cui veniamo al mondo.

Mi si è aperto un mondo con maggior attenzione verso i più deboli, ad iniziare dai figli per continuare nei confronti dei meno fortunati.

Ho raggiunto un livello di maturazione, secondo me, adeguato al concetto di uomo adulto.

Mi sento come un artigiano che costruisce un pezzettino alla volta qualcosa.

Nel non vedere queste caratteristiche dell’identità paterna, la società italiana vi sta rinunciando: infatti, ciò che non viene visto (o previsto) dalle regole del vivere comune, non viene autorizzato ad esistere pienamente, non riceve l’energia e la legittimazione necessarie a intervenire con tutto il potenziale che avrebbe per migliorare le nostre vite.
Per essere più concreti: i papà ci dicono, come ci hanno detto e continuano a dirci le mamme, che la paternità ha migliorato molte delle loro competenze (lo dice il 93% dei partecipanti al sondaggio). Prima fra tutte, la pazienza, che però si declina poi in tante competenze trasversali, essenziali (anche) sul lavoro, come la capacità di ascolto, di attesa, di gestione del tempo e capacità di soluzione dei problemi.

Sono molto più fermo e combattivo ma al tempo stesso paziente e disponibile all’ascolto.

La gestione del rapporto con i figli mi ha aiutato a gestire meglio i rapporti con i collaboratori e i colleghi, ad ascoltare di più e a comunicare in modo più efficace.

Si prende consapevolezza di poter affrontare, gestire e risolvere (anche brillantemente) situazioni di complessità di gran lunga superiori a quelle che si affrontano in una vita da single o di coppia senza figli.

E c’è anche la voglia di continuare ad imparare, di esserci di più, di non essere qualcosa di meno di una mamma, ma solo qualcosa di diverso, con l’umiltà di chi lo fa per amore:

C’è una competenza che non ho acquisito e lo vorrei: imparare a inventare e raccontare le favole.

C’è, insomma, una quota di “adultità” nell’essere padre di cui potrebbe giovarsi la vita pubblica del nostro paese, se fosse pronta a fare spazio a questo cambiamento: scoprirebbe generazioni di uomini adulti in grado di giocare e di sbagliare e di continuare ad apprendere, che potrebbero essere manager, impiegati, politici… poliedrici e multi dimensionali pronti ad innovare profondamente e con coraggio (il coraggio che essere padri richiede e rivela) la nostra società.

Dalle conclusioni del rapporto della campagna nazionale “Diamo voce ai papà” di Piano C in collaborazione con MAAM – maternity as a master e Alley Oop, pubblicato il 15 marzo 2017

Ultimi commenti (2)
  • Massimo Cosenza |

    Essere padri separati vive ancora oggi un sentimento di assegnazione del ruolo del padre alla funzione di finanziatore, anziché quella più corretta di educatore e genitore che con la stessa passione materna accudisce i propri figli. Sembra quasi che l’uomo di oggi sia più incline di fatto alla generosità di sentimento, forse anche per un inversione di ruoli che pare sempre più presente.

  • Saskia |

    Finalmente la voce dei padri. Adesso attenzione solo a non mitizzare la genitorialità in funzione manageriale. Si può progettare il futuro e progetti che ci sopravvivono anche senza essere genitori.